Aldo Ricciardi, ricordato a un anno dalla scomparsa

Categoria: Articoli e Recensioni Pubblicato: Giovedì, 16 Marzo 2017

RICORDATO AL DLF ALDO RICCIARDI AD UN ANNO DALLA SCOMPARSA

Domenica 12 marzo, il Dopolavoro Ferroviario, per volontà del presidente Sebastiano Iannone e dell’addetto alla cultura Ugo D’Ugo ha ricordato, ad un anno dalla scomparsa avvenuta il 24 febbraio 2016, il cantautore Aldo Ricciardi, musicista e poeta, amico e assiduo frequentatore de Il Cafè Letterario che da anni anima la vita culturale della città di Campobasso. Aldo ha tenuto concerti alla Sala Teatro ed ha partecipato a tutte le edizioni del Premio Nazionale di Poesia “ Giuseppe Altobello”.

Con l’occasione l’organizzazione ha chiamato la musicista, docente di pianoforte, musicoterapista e critico musicale Rosanna Fanzo a relazionare sull’opera di Aldo Ricciardi, mentre alcune canzoni sono state eseguite da: Il gruppo Albatros diretto dalla violoncellista Giampiera Di Vico e composto da Valeria Pietrarca 1° violino, Samantha Vitale 2° violino, Mariateresa Fierro viola, Dario Belnudo 1° chitarra, con le voci dei soprani Adele Ricciardi (figlia di Aldo) e Federica Baranello; gli Zampognari del Matese diretti da Angelo Di Petta (zampogna) e composto da Teodoro Concordia zampogna, Franco Sacco, chitarra e ciaramella, Dionigi Santoro ciaramella, Daniele Romano zampogna e ciaramella, Fernando Romano zampogna, Giuseppe Sbarra tastiera e la voce del Mezzosoprano Maria Emanuele; I Sciure de cucuzze-Il Ritrovo, complesso sorto in proposito, composto da ex collaboratori ed allievi del maestro scomparso con la voce di Michele Giuliano, Tonio Del Zingaro fisarmonica, Giona Perrotta chitarra, Giona Pietrantuono chitarra, Antonio Izzi Fisarmonica, Pietro Pietrantuono batteria, Daniel Nardolillo basso.

Il Teatro gremito di pubblico fino all’inverosimile ha sottolineato lungamente e ripetutamente tutte le performance dei musicisti e la completa, dotta, puntigliosa relazione della Prof. Fanzo, che di seguito si riporta integralmente.

                                                                                                    Aldoim4Aldo Ricciardi 

 

Con il mio tempo: Aldo, la musica, l’uomo

di

Rosanna FANZO

Non ho avuto l’opportunità di conoscere Aldo quando era in vita e nel momento in cui Adele, sua figlia, mi ha chiesto di  preparare un intervento per questa giornata di memoria, la prima domanda che mi sono posta è stata: con l’impiego di quale lente racconto Aldo Ricciardi? Seguo un protocollo accademico e converto una vita in “cifre”, la ingabbio in schemi, in etichette? E’ sicuramente quello che posso fare ma di certo non è quello di cui ha bisogno chi è seduto con me oggi (di fronte e di fianco), chi ha deciso di rendergli omaggio. Mi sono così ricordata di un insegnamento di Madre Teresa di Calcutta che recita:

                                            se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle

Quello che, invece,  fortemente auspico è che ognuno, me compresa, possa uscire da qui, tra un’ora, con la percezione di un “noi” , originato e alimentato da un’esperienza condivisa di contatto (emotivo e autentico) con un uomo che ha ancora da dire e da dare , con un Aldo tangibile, familiare, vicino .

Mi piacerebbe, inoltre, che tornassimo a casa anche con un’altra consapevolezza e cioè che attraverso l’invito che ci hanno rivolto, gli amici di Aldo, ci fanno  dono di un’ opportunità preziosa: aprono il cerchio dell’amicizia che con Aldo hanno costruito  e ci chiedono di farne parte, ci tendono la mano.  Custodi ma non gelosi. 

Aldo viene a mancare il 24 febbraio 2016 eppure, a distanza  di un anno, questo cerchio è pieno di energia e vitalità.  Per quale ragione? Personalmente credo che ciò sia possibile perché più potente della morte è quella condizione chiamata “INCONTRO”.  L’incontro, con se stessi e con ciò che è altro da se, è un bisogno quotidiano dell’anima e prescinde dalla  fisicità della presenza.  Una fotografia, una lettera, una musica,  un oggetto, un paesaggio, un fiore di campo.. tutti possono farci da tramite, da luogo per l’appuntamento. Imprescindibile è invece una costante e questa costante si chiama “PRESENTE”. Lo scrittore statunitense Richard Bach, nel suo celebre libro “Il gabbiano Jonathan Livingston”, a un certo punto lo dice in maniera convincente:  “Se la nostra amicizia dipendesse da cose come lo spazio e il tempo, allora, una volta superati spazio e tempo noi avremo anche distrutto questo nostro sodalizio! Non ti pare? Ma se superi il tempo e lo spazio, non vi sarà che l’Adesso e il Qui, il Qui e l’Adesso. E non ti sa che, in questo Hic et Nunc, noi avremo occasione di vederci, eh, ogni tanto?” .

E’ in virtù di questa verità che insieme a tutti loro possiamo letteralmente vivere questo pomeriggio in compagnia di Aldo. 

Aldo, a sua volta, è stato mosso dal bisogno di “incontrare”, lungo tutto il corso della sua esistenza. Ha avuto bisogno, come noi tutti, di incontrare le proprie emozioni, le proprie paure, il proprio tempo, i propri luoghi.  A un certo punto della sua vita,  gli è nato poi il bisogno di incontrare il futuro e ha scelto di farlo confrontandosi con gli occhi dei bambini di Campodipietra;  lavorando, a scuola, insieme a loro.

Il “ Come” di cui si serve Aldo, qual è?

Aldo comprende che il mezzo più efficace per incontrare “l’oggetto del bisogno” è la musica e comprende che della musica se ne può servire con una certa dose di naturalezza poiché sente che essa gli appartiene prima di ogni altra cosa e che gli appartiene da sempre. Immaginiamoci un borgo di provincia quale poteva essere Campodipietra a metà degli anni ’50.  E immaginiamoci un bambino di 4 anni che  davanti alla macelleria di suo padre, accoglie gli abitanti del paese che si forniscono al suo negozio con una sorta di “ concertino” (uso questo termine perché è in questi termini che  i suoi familiari raccontano l’episodio). Cosa ne sa di comunicazione un bambino di quell’età? Ne sa più di un adulto, in realtà,  perché invece di individuare strategie semplicemente sperimenta e verifica che quel fare garantisce al suo interloquire una dimensione ineguagliabile di empatia e  di assertività. L’assertività è quella caratteristica del comportamento umano che consente di esprimere in modo chiaro e efficace le proprie emozioni, le proprie opinioni senza offendere o aggredire l’interlocutore. Dire il vero senza fare male. Bene dire.

Aldo comprende che la musica è in grado di rendere merito  e efficacia alle relazioni umane perché  essa mette in contatto le persone in una maniera impensabile per tutte le altre forme di linguaggio. A volte ci affidiamo a degli adagi senza curarci di scoprirne il reale significato. Uno di questi è : la musica è un linguaggio universale. Perché lo é? Lo è perché tutto il mondo la ascolta ? Lo è perché i simboli sono in grado di leggerli alla stessa maniera persone che, di contro, non parlano la stessa lingua? Non si tratta esattamente di questo o comunque non si tratta solo di questo.  La musica ci assomiglia a prescindere dalle competenze che abbiamo rispetto all’erudizione musicale. Ci assomiglia perché  tanto  noi quanto  il mondo che abitiamo ci muoviamo con gli stessi suoi parametri.  E in noi, come nella musica,  questi parametri possono cambiare nel tempo donandoci dinamicità ma senza mai farci perdere il senso di noi stessi. Cosa voglio dire. Vi porto alcuni esempi.

Il ritmo.

In genere si associa a un’idea di costanza (il ritmo del cuore), di alternanza (il giorno e la notte), di ciclicità  (le stagioni). Avete mai pensato al ritmo dei vostri pensieri in analogia alla musica? Nell’arco della giornata attraversiamo fasi, cambiamenti : zone di serenità si succedono a zone  d’ansia, zone di tensione a zone di distensione eppure questo continuo movimento non ci fa mai perdere l’idea di noi stessi, della nostra integrità. E’ in questo che una sinfonia ci è simile.

 L’intensità.

Per convenzione corrisponde al volume del suono. Più precisamente potremmo dire che corrisponde alla  “ qualità della presenza” nello spazio. Immaginate un ufficio postale. Una situazione che vi sarà capitata tante volte. Entra qualcuno e ce ne accorgiamo magari dopo mezz’ora. Entra qualcun altro e ancora prima di entrare ha già riempito la stanza. Parlo di pesi qualitativi non di chili.

Il timbro.

La definizione grammaticale è che il timbro è il colore del suono ergo so cos’è perché comprendo che un “re” prodotto da un pianoforte è sempre “re” ma ha un carattere diverso se a produrlo è un violino. Magari fosse solo questo! L’esperienza del timbro, in realtà, è vitale per la nostra  psiche perché il timbro con il quale siamo costretti a confrontarci per tutta la vita è la nostra voce. Tradisce le nostre intenzioni, le nostre emozioni, ci permette di essere riconosciuti anche se non siamo visibili agli occhi di chi ci ascolta (una telefonata), porta, a chi lo riconosce, la nostra storia e il legame che con quest’ultimo abbiamo o non abbiamo costruito.

L’unica cosa in cui la musica ci è dissimile è che diversamente da noi,  non è in grado di far male a nessuno.

Questo è la musica.

Di fronte alla musica ci siamo noi con le nostre emozioni.  Le emozioni sono innate. Avvengono. Possiamo far finta di non sentirle ma non le possiamo impedire.  Per comunicarle a noi stessi e agli altri dobbiamo far si che il cervello le decodifichi e assegni loro un nome. C’è bisogno di un passaggio: dal cuore alla mente. Non sempre questo passaggio è possibile.  I motivi sono due. O perché esse ci invadono di benessere e dunque  “non ho parole per esprimere quello che sento” e il mio sentire resta a uno stato fisico:  “ mi tremano le gambe, mi batte il cuore, mi sento mancare” . La letteratura, quella stilnovistica in primis, costruisce la sua fortuna su questa nostra caratteristica. Pensate alla Divina Commedia. Dante continuamente ci mette dinanzi questo tipo di sentire.  Il secondo caso in cui non è possibile fare questo passaggio è quando ciò che sento è troppo doloroso per arrivare non solo ad essere nominato, ma addirittura per arrivare a essere pensato.

Aldo può essere realmente considerato un poeta dell’anima perché sa trovare, nella sua scrittura, una strada sostenibile per tenere psichicamente questa difficoltà del concettualizzare il dolore.

Antonio Di Benedetto, psichiatra e psicoanalista, nel suo libro «Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte»[1] ci dice che  le arti offrono all’uomo l’occasione  di potersi svelare a se stessi e ci dice che tra esse, la musica, sembra la più idonea a insegnarci a ascoltare  l’inconscio perché parla attraverso una qualità che per noi è salutare ovvero la bellezza. La bellezza, a sua volta, evoca le emozioni e  attiva le funzioni cognitive radicate nell’ esperienza sensoriale. Quando parlo di bellezza non mi riferisco a un’idea tout court di serenità dell’animo. Poesia e bellezza sono caratteristiche di tanta tristezza che nell’arte, da sempre, trova spazio e conforto. Questa forma di conoscenza estetica trasforma in pensabile e verbalizzabile il nostro mondo interiore.

Aldo riesce a sposare tale modalità di comunicazione come invece musicisti più eruditi di lui non sono in grado di fare. Se ci fermassimo al dato apparente si potrebbe facilmente e erroneamente appiattire  il profilo artistico di Ricciardi con delle generalizzazioni spicciole. In fondo,  si potrebbe controbattere, Aldo era un autodidatta;  le canzoni napoletane e quella maniera di cantare e di sentire il mondo gli fanno da culla; a un certo punto della sua gioventù studia sotto la guida  del maestro Sallustio  anche se nella veste di polistrumentista “si arrangia da se” (canta, suona la chitarra, il pianoforte, la fisarmonica). Anche da un punto di vista cantautorale molta della sua musica fondamentalmente cavalca temi comuni all’intero genere popolare: l’amore, l’emigrazione, le radici. Usa il vernacolo. Non avverte l’esigenza di far trascrivere la sua musica se non per l’occasione necessaria della partecipazione ai festivals regionali.

Allora questo di più di Aldo dove sta? Perché Aldo arriva al cuore della gente e ci arriva in maniera così puntuale?

Aldo crede nella sua musica.

E, a sua volta, la musica di Aldo produce empatia nell’ascoltatore poiché quest’ultimo ha non solo la possibilità di riconoscersi bensì di sentirsi riconosciuto. E tutti noi sappiamo che quando ci sentiamo riconosciuti, compresi, la nostra autostima fa uno scatto in avanti. Sentiamo rafforzato il nostro senso di identità.

La musica, dice Susanne Langer[2], « è un significante vuoto, che si riempie di contenuto pensabile grazie al completamento del processo comunicativo effettuato dall’ascoltatore».  Io ti racconto nella musica la mia storia, tu che mi ascolti trovi qualcosa che assomiglia alla tua storia e allora la mia musica è in grado di portarti un messaggio che per te è dotato di senso. Ecco perché Aldo, prima e dopo la morte,  è riuscito a farsi annoverare nella rosa dei cantori delle emozioni.

Aldo come artista che vantaggio ne trae? La realizzazione di un’opera d’arte, parafrasando ancora Di Benedetto,  comporta un processo creativo che è primariamente un processo di conoscenza. Conosco me stesso nell’atto di fare qualcosa.  Il prodotto che creo è la viva testimonianza che nella mia mente si è originato qualcosa di altro rispetto a ciò che già c’era, qualcosa, evidentemente, di buono. Susanne Langer ancora,  dice che la musica è potente perché contiene sfumature non pensabili per il linguaggio verbale. Immaginate una scena in cui qualcuno ringrazia qualcun altro per  qualcosa al suono dell’arpeggio di do minore. [esempio] Immaginate adesso qualcuno che ringrazia per qualcosa al suono dell’arpeggio di do maggiore.  [esempio] L’immagine è rimasta immutata o degli elementi si sono modificati? Degli elementi si sono modificati. Cosa è successo? E’ cambiata la tonalità dell’arpeggio ( da minore a maggiore).  E’ cambiata, in una maniera per noi incontrollabile, lo stato  emotivo della scena. Allora capite che la musica è potente perché nella musica c’è INTENZIONE. La musica è in grado di contenere e comunicare le sfumature emotive. La musica di Aldo funziona esattamente in questo modo. Porto alla vostra attenzione un ultimo elemento, forse il più importante poiché ci permette di comprendere appieno le intenzioni di Aldo compositore. Pensate al rapporto degli adolescenti con la musica. E’ quasi morboso. Perché loro e noi, quando adolescenti siamo stati, ci siamo così attaccati alla musica? L’adolescenza rappresenta la stagione del cambiamento per Antonomasia. La psicologa e musicoterapeuta  Barbara Zanchi nel suo lavoro “La musicoterapia: un approccio espressivo alla relazione terapeutica”[3] spiega come durante l’adolescenza siamo costretti a tenere insieme due forze in contrasto: la sicurezza del passato, l’incertezza del futuro. Ci dobbiamo letteralmente  sguazzare dentro fino a che non troviamo risoluzione, rinascita. Ci dice che la musica può essere degna compagna di questo processo poiché facilita il passaggio dalla crisi alla condizione di superamento della crisi.  In che modo? La musica è in grado di far parlare contemporaneamente, insieme, le due forze in opposizione. Di farle, in un certo senso, dialogare, conciliare e dunque offre loro l’opportunità  di giungere più agilmente alla fase in cui si compie l’evoluzione.   

Questa operazione catartica tipica dell’adolescente, nell’artista si rinnova continuamente, per tutta la vita. E’ di fatto alla base della generazione della scrittura artistica.

L’istinto musicale che pervade Aldo  dunque non ha a che fare col saper fare “bene” la musica ma ha a che fare con la capacità di Aldo  di riconoscere che la musica è una corsia necessaria per soddisfare un’emergenza comunicativa che ha come soggetto la precarietà dell’esistenza, la molisanità, il cambiamento, l’adattamento al cambiamento. Aldo ha bisogno, attraverso la musica, di nutrirsi di Molise e di memoria. Io dico sempre: siamo le persone che incontriamo, i luoghi che camminiamo,  siamo tutto ciò che siamo stati, tutto ciò che fino ad ora abbiamo costruito. Siamo i nostri sogni, le nostre speranze. L’uomo Aldo,  primariamente, trova nella scrittura musicale il mezzo per contrastare il senso di precarietà che l’esistenza gli pone continuamente dinanzi. Aldo, attraverso la musica,  racconta a se stesso di se.  La creatività a cui si affida nel raccontare lo nutre nel profondo.  Succede allora che qualcosa inizia a funzionare oltre il confine di se stesso perché quel suo sentire diventa trasmissibile. Qualcuno è in grado di comprendere ciò che Aldo dice e  viene  così messo nella condizione  di  poter fare “buon uso”  di ciò che Aldo dice.  Aldo viene spesso definito e a volte si definisce lui stesso un cantastorie. Il cantastorie è una figura tradizionale della letteratura orale, un artista di strada che si spostava nelle piazze e raccontava attraverso il canto una avvenimento del passato, del presente, a volte rielaborandolo o riadattandolo. Le storie narrate entravano, spesso,  a far parte del bagaglio culturale collettivo della comunità presso la quale il cantastorie giungeva. Il processo che fa Ricciardi è invece inverso. Aldo racconta alla sua gente la loro storia, non quella di altri. Questo tipo di relazione in cui Aldo coinvolge il suo ascoltatore/interlocutore trasforma l’esperienza musicale, secondo me, in un’esperienza spirituale, completa, terapeutica. 

Il riassunto del contenuto e/o di parte di esso a scopo di studio e/o discussione sono consentiti purchè vengano citati l’autore e la fonte e non si agisca a scopo di lucro  (Art. 70 l. 633/41 – Art. 1 bis I. 02/2008).


[1] Di Benedetto, A., 2000, Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme d’arte, F. Angeli, Milano

2 Langer, S. K. , 1953, Feeling and form, A theory of art developed from philosophy in a new key, Charles Scribner’s sons, New York

3 Zanchi, B., La musicoterapia: un approccio espressivo alla relazione terapeutica, in Rigon G., Zucchi L., Cocever E. (a cura di), Sofferenza psichica e cambiamento in adolescenza, Erickson, Trento, 2011.

Alcune immagini sono tratte dal servizio di telemolise.com:

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02-sciure_de_cucuzze
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03-albatros
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04-sala_teatro
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05-il_pubblico
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06-adele_ricciardi
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Aldo e il suo gruppo storico
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Maria Emanuele e gli Zampognari del Matese
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