L'Amapola della Sierra Madre di P. Corsi

Categoria: Articoli e Recensioni Pubblicato: Venerdì, 16 Settembre 2016 Scritto da ugo

Sul romanzo “L’amapola della Sierra Madre” di Pietro Corsi, Edizioni Memori, 2015 – ISBN 978.88.99105.10.1

 

Il romanzo è diviso in due parti. La prima porta il titolo “La rosa dei ricordi”, la seconda “Il fiore della gomma”.

L’autore parla di personaggi veramente esistiti in un ambiente particolare di una regione specifica della Sierra Madre del Messico, nei primi cinquant’anni del secolo scorso (1900\1950) e del protagonista principale Bartolomeo Pinzi (don Bartolo) partito da Villanova Mondovì (Cuneo), dopo la morte della moglie Maria insieme ai due figli Michelangelo e Antonio, da Genova diretto negli USA e approdato, naufrago, sulle coste messicane, quasi morto, raccolto da Crespin, e risuscitato grazie alle cure di una novella Nausica per dirla con Omero.

Personaggio storico è Bartolomeo Pinzi e vero è il naufragio, le modalità di salvataggio non so quanto possano essere ispirate dalla storia del laerziade Ulisse, cantato da Omero, viste le circostanziate descrizioni. Soccorso da alcuni campesini di cui Crespin era un capoccia e affidato per le cure ad Abuelita, una sorta di santona, guaritrice e custode di tutti i segreti di un villaggio della Sierra Madre, Bartolomeo si ristabilisce nel fisico e resta al servizio di don Ramiro Martin de la Miranda, nobile latifondista messicano.

Con don Ramiro presto si stabiliscono rapporti di amicizia e simpatia, nonché di stima date le eccellenti capacità professionali di Bartolomeo, mediate anche da Crespin, uomo di fiducia di don Ramiro, il quale, infine, lo adotta, facendolo padrone del suo immenso latifondo.

Tutto ciò in breve, ma il tessuto è pieno di storie, di descrizioni di luoghi incantevoli e di personaggi che mettono a nudo l’anima messicana.

Gli eventi storici della rivoluzione e l’attentato al governatore Manolo Martin de la Miranda ucciso nel carnevale del 1944 sono ben sistemati tra le pagine narranti.

Molto chiari sono espressi anche gli interessi conflittuali sorti attorno alla coltivazione del papavero da oppio ( l’amapola, per l’appunto) e della marjuana e alla produzione di eroina, coltivazione sviluppata per necessità durante la rivoluzione a fini puramente sanitari, finisce come principale affare della malavita organizzata e, quindi, una spina nel fianco del governo messicano.  

Ciò che brilla in tutta l’opera del Corsi è il suo stile narrativo, limpido, dal segno sicuro, la lingua italiana d’uso, la più scorrevole e più classica dei nostri tempi e la perfezione della struttura e del disegno narrativo.

Si nota nelle numerose espressioni gergali che l’autore ha il pieno possesso della lingua messicana.

L’intreccio narrativo inizia da un primo flash d’attualità scattato in Italia, da cui proviene il personaggio principale del romanzo (don Bartolo), come si è detto, per poi spostarsi sul nuovo ambiente messicano in cui si svolge la vicenda esistenziale sua e degli altri personaggi incontrati in un Messico di inizio novecento.

Tutto procede con misura ed essenzialità, di capitolo in capitolo, avvincendo l’attenzione del lettore dalla prima parola all’ultima.

Ho ammirato nell’autore la padronanza assoluta della vicenda che narra, la conoscenza dell’ambiente e dei problemi esistenziali di un piccolo mondo che gradatamente si allarga fino espandersi in un quadro di valori universali.

L’autore rivela doti di scrittore di elevato ingegno, di perspicace sensibilità, di profonda umanità e di grande esperienza umana. La sua saggezza è disseminata in ogni pagina. Bastano poche citazioni per rendersene conto:

“Spesso la pazzia si nasconde dietro la solitudine”(p. 46).

“La ragione non era necessariamente dalla parte del giusto” (p. 52).

“C’è gente al mondo che non si accontenta di ciò che ha; avendo poco, c’è sempre chi vuole di più, quando poi ha il di più vuole tutto, e quando ha tutto cerca qualcosa di diverso” (p. 226).

“Una rivoluzione cambia l’uomo non anche le cose. Un cambiamento può avvenire stando dentro al circolo” (p. 228).

La prima parte del libro descrive una società civile costituitasi spontaneamente come una piccola, ma ben articolata robinsoniana. E’ un piccolo gioiello di società ideale, un luogo di paradiso, un mondo cresciuto spontaneamente, senza obbligo di seguire leggi scritte, in cui ognuno occupa il posto più adatto a ciascuno e si sente pienamente soddisfatto di ciò che ha.

Il personaggio principale, proveniente dall’Italia, vi giunge, assieme a due figli, dopo la morte della moglie, quasi in fin di vita. Ma viene accolto da una popolazione povera, curato e aiutato con somma cura e umanità. In questo ambiente si adegua al punto da divenire uno di loro, da essere amato da tutti e da divenirne capo spontaneo e assoluto della comunità.

La seconda parte ci mostra i disordini che sono avvenuti in seguito alla rivoluzione di Pancho Villa e di Emiliano Zapata, alla quale partecipa il figlioccio del nostro personaggio in veste prima da generale, poi da ministro riformatore, e il dilagare della corruzione, fatta derivare da collusioni sorte tra coltivatori di droghe e politici, con la nascita delle grandi coltivazioni del papavero dell’oppio e della così detta “Amapola” esportata in tutto il mondo.

L’eliminazione di questo convinto riformatore, nato e vissuto nell’ambiente descritto della prima parte del romanzo, propugnatore di una società nuova e di una giustizia più umana e civile, finisce col gettare sul Messico un’ombra di degrado da cui appare impossibile uscirne.

Il suo è un progetto narrativo disegnato e attuato in modo perfetto sotto qualunque punto di vista per cui, a mio modesto giudizio, l’autore Pietro Corsi è da considerare degno della più alta considerazione tra gli scrittori in lingua italiana del nostro tempo.

Napoli 6 agosto 2016

Filippo Leo D’Ugo

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