Le Ali del ritorno di R.Frattolillo

Categoria: Articoli e Recensioni Pubblicato: Lunedì, 07 Maggio 2018 Scritto da ugo

 – Riflessioni sul romanzo “Le ali del ritorno” di Rita Frattolillo, pagine 240, utente del  sito IL MIO LIBRO, ISBN 978-88-92327-48-1, anno 2017.

          - “Le ali del ritorno” hanno avuto origine da un motivo, vero o presunto, ripetuto più volte, sin dall’origine del testo, espresso  dalla nonna Livia alla nipote Gea, quello che le consente di organizzare l’intera struttura della narrazione: “Principessa, lo sai che quando me ne sarò andata, toccherà a te curare le mie carte? A te le affido…”. Ma il tempo della narrazione di Gea ha una tensione che la porta ad andare oltre, a dilatarsi,  oltre la nascita e la morte di questa donna straordinaria, centro e animatrice di un mondo di personaggi, ricco di umanità, di interessi culturali e di insegnamenti esemplari e si spinge con abilità nei campi nascosti della coscienza, fucina dei nostri sogni e delle nostre idee.

         Il romanzo, in sostanza, è un monumento eretto alla grandezza umana e spirituale di questa donna, dal carattere forte, pur nella sua fragilità di donna assorbita da impegni più grandi di lei, nonna vera o presunta, e a quella della sua intera famiglia, vista nell’insieme succedaneo di diverse generazioni.

         Il titolo stesso “Le ali del ritorno” richiama significati diversi, di gran lunga più alti e generali di quanto il lettore possa immaginare,  in quanto le ali di cui parla non sono solo strumento della fantasia e dell’arte, con cui l'autrice sa destreggiarsi con abilità, in quanto rivela doti di grande versatilità, capaci di innalzarla, con voli sublimi e strabilianti, nei campi più diversi della creatività umana, ma anche quelle che la portano a navigare nei campi diversi della cultura, della storia e dell' archeologia, nei quali è maestra, quelli che ci conducono terra terra, nel mondo da lei vissuto, con voli radenti, a ritroso, verso un passato concreto, all’interno di una temperie spirituale ricca di rapporti umani, di valori civili e sociali, che è anche l’anima del nostro ambiente e del nostro passato, segnato nelle orme e nei reperti lasciati da quei suoi predecessori non dissimili dai nostri.

        Ma quelle ali finiscono con l’essere lo strumento con cui l’autrice si accinge a navigare a ritroso, contro il tempo, con un altro fine, quello di  riscoprire le  radici della sua esistenza, il fondamento del suo presente, le fonti a cui rivolgersi per attingere forza e coscienza di sé, senza le quali le mancherebbe il terreno e l’energia per  affrontare, con sicurezza e adeguatezza, il proprio futuro. Non senza ragione accenna al significato profondo del suo nome che la nonna le rivela nel dirle “Il tuo doppio prenome, Angela Gea, è un connubio perfetto, e dipinge bene quel che tu sei, tesoro, perché i latini (lo imparerai) dicevano: nomen est omen, per dire il nome è un presagio, che il nome è un destino” e più oltre “Angelo vuol dire messaggero, mentre Gea o Gaia rappresenta la terra madre…Esiodo dice che Gea si accoppia col cielo stellato che sta sopra di lei e l’abbraccia in tutte le sue parti.”(pag. 62-63), e l’altro pensiero fondamentale, racchiuso sibillinamente nelle cinque lettere che compongono la parola AMORE, che ci consente di comprendere i principi di quella che noi chiamiamo con un termine assai felice della lingua tedesca Weltanschauung, espresso, a proposito dell’amicizia fatta con Ludovica, “C’è un detto latino:Verus amicus cognoscitur amore, more, ore, re, e” che al momento non riuscì a comprendere, ma che presto fece suo, detto che obbliga a tener presente, nei giudizi che si esprimono sulle persone, quattro punti fondamentali: la forza dei sentimenti, (Amore), il comportamento, (mos-moris), la lingua che usano (os-oris) e le cose di cui hanno bisogno. (res-rei). E’ il venire alla coscienza del senso profondo di questo insegnamento che le dà la certezza del suo essere, forza del suo carattere, e la consapevolezza della sua missione nel mondo, quella di sentirsi portatrice e messaggera di alti valori umani.   

    L'opera per l’autrice, che ha al suo attivo già  numerose pubblicazioni di critica storica, linguistica  e letteraria, è il frutto di questa esigenza, nato dal risveglio della sua memoria e di quella del suo ambiente, dalla coscienza dei propri  valori, tesa a mettere a nudo le ragioni della propria identità, a ritrovare l’humus e il clima culturale che l’hanno nutrita e che hanno cementato i tratti più solidi della sua personalità.

       Infine, e non ultimo, l’opera  è un documento che rivela  la sua profonda umanità, la sua ampia e solida cultura, la sua indole dalla forte personalità, la  padronanza e la ricchezza dei suoi mezzi espressivi, l’accorato interesse ad affrontare i problemi e le sfide del nostro tempo.

         II suo linguaggio aderisce perfettamente e brillantemente alle vicende che narra, anche là dove necessita di seguire le pieghe più profonde dell’animo umano.

         Il romanzo ha una struttura solida, di andamento temporale, divisa in tre parti.

        La prima, comprendente otto capitoli, nei quali ricostruisce, come un unico canto, corposo, con un linguaggio armonioso e disteso, l’intero percorso narrativo della nonna Livia fino alla morte, che si chiude con un brano poetico di sublime sentire.

    Brillano in questa parte pagine di alta considerazione. 

           La seconda, con toni più pacati, raccoglie in cinque capitoli le pagine migliori del diario intimo della nonna, anch’esse ricche di eventi e di insegnamenti di squisita spiritualità.

La terza, di due capitoli, è il luogo in cui l’autrice conduce il lettore a scoprire il segreto che la nonna aveva custodito con grande ritegno su una vicenda di forte valenza attuale accaduta al marito nei tempi anteriori alla sua nascita.

        La bellezza del libro, a mio giudizio, è tutta racchiusa nel disegno globale della sua opera, nella altezza spirituale dei suoi contenuti, nella saggezza con cui l'autrice ha saputo distribuire i temi e le vicende narrate, nel tono sereno e disteso del suo procedere, ma soprattutto nell'aver saputo cogliere il ritmo pulsante del cuore dei singoli personaggi, dando loro un’anima concreta, palpitante, con un linguaggio, nobile, attento e accurato, facendoceli amare tutti.

       Tra l’altro ha avuto il merito di offrirmi una lettura ricca di stimoli, coinvolgente, capace di invitarmi a riflettere sui grandi temi della solidarietà umana e della storia del nostro paese e del nostro tempo e, non ultimo, quello di avermi dato l'impulso a farmi volare con lei per riscoprire e rivivere,  con viva commozione, gran parte del mio passato migliore, pur nei suoi risvolti ombrosi,  tristi e dolorosi.

         E ha destato in me l’interesse a comprendere meglio quale valore debba attribuirsi agli scrittori impegnati a studiare e rendere concreti i comportamenti umani con spirito serio e ragioni adeguate, di ogni ordine e grado, richiamandomi alla mente, per somiglianza, l’idea straordinaria, avuta dal pedagogista fiorentino dell’800, Gino Capponi, amico di Leopardi, con la quale intendeva rendere viva e concreta la figura ideale del maestro in quella del profeta Elia, che io in parte contestavo, perché la paragonavo più all’allenatore di una squadra di calcio moderna, impegnato semplicemente ad attivare e potenziare le migliori energie dei suoi calciatori, nel rispetto delle loro personalità in quanto diceva, se non ricordo male, che il maestro vero, reale e ideale, deve fare quello che fece il profeta Elia nel risuscitare una sua creatura: scendere al livello del morto, abbracciarlo fino al punto di penetrarlo col suo spirito, in modo tale da riscaldarlo e da riattivarne i ritmi del cuore e della mente e accompagnarlo nella sua nuova esistenza fino a farlo crescere e divenire una creatura simile a lui.

    Questa immagine mi ha fatto riflettere e tenuto sveglio per una notte intera, portandomi alla conclusione che quella figura, invece, poteva essere solo appropriata allo scrittore, a qualunque scrittore, il cui spirito, lievitato dai suoi interessi, tende a crescere e a riversarsi tutto nei suoi personaggi, grandi e piccoli, e a riempirli e animarli con quanto ha di più caro nel cuore.

        Un vero scrittore non è altro che  questo: l’insieme di tutto quello che rende vive e palpitanti le  creature che ha saputo animare, reali o inventate.

      Tale a me è sembrata essere, dopo la lettura della sua opera, Rita Frattolillo.

 Campomarino 24 aprile 2018

    Filippo Leo D’Ugo

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