CASACALENDA (CB) m 641 s.l.m.

Pop. 2018; Sup Kmq 67,28; Dens.30. Patrono:Sant’Onofrio.
Popolazione negli anni:fuochi: 125 nel 1561; abitanti: 1225 nel 1626; 1534 nel 1643; 1674 nel 1656; 713 nel 1658; 1202 nel 1710; 2478 nel 1760; 3305 nel 1780; 3715 nel 1800; 4379 nel 1810; 6361 nel 1835; 6017 nel 1861; 6545 nel 1881; 7282 nel 1901; 6955 nel 1911; 6701 nel 1921; 6954 nel 1931; 6781 nel 1936; 6561 nel 1951; 4578 nel 1961; 3425 nel 1971; 3094 nel 1981; 2804 nel 1991; 2440 nel 2001; 2207 nel 2011; 2914 nel 2018.
Origine e storia: Sulle origini antichissime di questo paese, condivido perfettamente quanto asserisce il Masciotta nella sua opera “Il Molise dalle origini ai nostri giorni”, opera già citata in premessa di Molise in Pillole, e che Casacalenda non è altro che la “Kalene” citata da Polibio, nel trattare delle guerre di Annibale e che è la Kalene dove ha stazionato con le truppe C. Marco, dopo aver ricevuto l’esercito di Fabio, nel 537 a.C., per fermare il nemico di stanza a “Geronio”, come si chiamava allora Gerione, importante centro per l’approvvigionamento del grano, di cui ancora restano vestigia presso l’attuale paese.
Una prima notizia riguardante questo comune risale ai tempi di Giuliano II (1166-1189) come riferisce Carlo Borrello nel suo “Catalogo dei Baroni” che “ Odorisius filius Manerii tenet de eodem Comite Iuliano de Castropiniano, Morronum et Casamtelendam, per quod est sicut dicet Feudum octo militum” , in breve riferisce che “Odorisio è figlio del Conte Giuliano, conte del maniero del Castripignano, Morrone e Casacalenda per mezzo del quale tiene un altro ed è lo stesso degli otto militi, ecc:” Quindi Giuliano è il primo feudatario di cui abbiamo certezza, a cui successe Odorisio.
Altra notizia risale al 1324, riferita dall’Ammirato, trattando dei Caracciolo di Capua, il quale dice che Riccardo, ciambellano del Re Roberto d’Angiò “avendo comprato il castello di Casacalenda da donna Mattea di Casalchilenda, moglie di Giordano di Siracusa ne ottenne il consenso del Re”.
Dai Caracciolo, conti di Agnone, il feudo passò alla famiglia Montagano, non si sa se per successione o se per compravendita; quindi Casacalenda faceva parte della Contea di Montagano ed ebbe per titolari Francesco Montagano ed Andrea di Sangro, duca di Termoli.
Nel 1510 Andrea di Capua, vendette Casacalenda a Pirro Ametrano, con istrumento del 10 aprile.
Pirro Ametrano era signore di Frattura in Abruzzo.
Pirro Ametrano morì nel 1544 e gli successe il figlio Antonio, che aveva sposato Giulia di Sangro, figlia del Conte di Frisa, dalla quale aveva avuto figli Pirro, Vittoria e Lucrezia.
Alla morte di Antonio avvenuta nel 1562 gli successe il figlio Pirro, il quale morì nel 1579, senza prole, per cui gli successe la sorella Lucrezia, che un anno dopo sposerà Antonio di Sangro, del ramo di Sansevero. Lucrezia morì nel 1619.
Questa famiglia di antica nobiltà era divisa in diverse dinastie e con Antonio si apre la dinastia dei di Sangro di Casacalenda, con titolo ducale.
Di questa famiglia furono titolari per Casacalenda i seguenti:
Antonio (juniore). Figlio di Fabrizio , il quale era figlio di Antonio di Sangro e di Lucrezia Ametrano e quindi nipote di costei, premorto alla madre nel 1618: Antonio ereditò pure il feudo di Morrone, acquisito dalla nonna dei Ceva Grimaldi, nel 1614.
Scipione, nipote di Antonio (juniore); Scipione sposò Beatrice Carafa dei signori di Campolieto, per cui il titolo di quest’ultimo feudo passò ai di Sangro;
Fabbrizio, successo a Scipione suo padre, ed aveva sposato Anna Maria Carafa, figlia di Tiberio dei principi di Chiusano. Fabrizio nel 1683 acquistò Larino e poco dopo Provvidenti e morì nel 1700.
Alla sua morte successe Scipione, figlio unico maschio di Fabrizio, ed ebbe consorte Chiara Centurione , patrizia genovese. Scipione acquistò Campomarino dalla famiglia Marulli di Barletta nel 1724 e morì nel 1751.
A Scipione , che non ebbe figli maschi, successe la figlia primogenita Anna, la quale sposò suo cugino Lucio di Sangro, duca di Telese, il quale, avendo parteggiato per gli austriaci per la successione al Regno, all’avvento di Carlo III di Borbone, esulò fuori dal Reame, ma poi vi rientrò, facendo ammenda; Scipione morì nel 1790 e sua moglie lo aveva preceduto nel 1773.
Ad Anna successe il figlio Scipione, il quale ebbe a consorte Anna Spinelli di Scalea; egli morì l’11 maggio 1805.
Costui era stato istigatore del movimento sanfedista dei comuni albanesi contro Casacalenda e per tale imputazione fu arrestato e tradotto in Napoli nel maggio 1799. Alla caduta della Repubblica, tornato in libertà, fu l’ultimo signore di Casacalenda, intervenendo la legge per la eversione della feudalità, disposta il 2 agosto 1806.
Il titolo nobiliare fu portato ancora da questa famiglia nelle persone di Francesco,, che fu Presidente del Consiglio Generale della Provincia nel 1834. Alla sua morte il titolo nobiliare passò al figlio primogenito Antonio.
Amministrativamente è appartenuta Casacalenda sempre al Contado del Molise e dal 1807 assegnata al Distretto di Campobasso ed elevata a Capoluogo di Governo, avente nella propria Circoscrizione i comuni di Morrone, Ripabottoni e Provvidenti.
Nel 1907 il Circondario (nuovissima denominazione del Governo), fu ampliato aggiungendo il comune di Guardialfiera.
Il Mandamento di Casacalenda elegge due Consiglieri al Consiglio Provinciale.
Note: Nel suo agro in passato esistevano altri piccoli feudi di cui ricordiamo:
Avellana, abitato intorno al 1200, come da una bolla di Papa Lucio III riguardante i confini della diocesi di Larino; Il piccolo centro fu distrutto dal terremoto del 1456 e gli abitanti si trasferirono altrove.
Casale, a confine con l’agro di Morrone, verso il Biferno; abitato che fino al alla prima metà del 1500 era ancora abitato ed aveva anche una chiesa con l’arcipretura. La popolazione ha abbandonato il luogo verso la fine del XVI secolo.
Monticelli o Casale del Colle, confinante con S.Maria di Civita verso il Biferno, proprio presso il fiume dov’era una piccola borgata abitata ed aveva anche una chiesa arcipretale dedicata a S.Lorenzo, essa è citata in una bolla del 1181, come riferisce il Masciotta. Probabilemente disabitata dopo il tremendo terremoto del 1486.
Civitella, estesa a monte e a valle della Strada Consolare Sannitica, il feudo fu abitato da coloni albanesi, ma intorno al XVI secolo questi furono cacciati e abitato da coloni del luogo. Nel 1807
la contribuzione fondiaria fu divisa tra i comuni di Larino e Casacalenda, nel cui agro rientra la giurisdizione, in conformità dell’apprezzo del Tavolario Andrea Polidoro di Guglionesi e del Relatore Tavolario Pinto del 1663.Nel 1494 contava 20 fuochi; nel 1356, dopo l’espulsione degli albanesi, il casale contava 13 fuochi. L’epidemia di peste del 1656 e tre anni dopo, il casale era disabitato.
Colle Grimaldi, anche questo casale aveva una sua chiesa e un suo curato;è menzionato in diverse bolle e nei Regesti del 1571. Ebbe fine forse per gli stessi motivi , per la epidemia di peste.
Gerione,Nel 217 a.C. un luogo abitato come testimoniato da Polibio, ricordato in precedenza; Distrutta dai cartaginesi. Fu ripopolata di abitanti. Nel 1172 il feudo apparteneva a Iacopo di Roffrido, termolese, il quale lo donò al Monastero di S. Giovanni in Venere, come risulta da un rogito di cui riferisce il Romanelli.
Nel 1523 signore di Gerione è Ferrante di Capua lo vendette a Giovanni di Nicastro e questi nel 1540 lo cedette ad Adriano Morsolino, il quale nel 1549 lo rivendette ad Antonio Ametrano e tramite questi, parenti dei di Sangro, Gerione finì in mano ai di Sangro. L’abitato si conservò fino alla fine del secolo XV. Dopo di che si hanno notizie sue per la partecipazione del curato al Sinodo e per alcune questioni della famiglia di Sangro e il comune di Casacalenda, ma no si ha più notizia di abitanti.
Olivoli, altro feudo importaante dell’agro di Casacalenda,, confinante con Larino e il Biferno e l’ex feudo di S.Barbato. Questo feudo fu abitato fino al XV secolo; sui terreni di sua pertinenza sono state ritrovati diversi reperti lapidei, di cui una del 1741 contenente una epigrafe di un decreto municipale di Larino di cui dà notizia il Tria nella sua opera, menzionata in premessa a queste schede. Forse anche questo feudo fu decimato dal terremoto del 1486.
Rucula, per memoria, avente la stessa fine degli altri.
S. Barbato, feudo che ha avuto una sua importanza, risalente al XII secolo, il cui villaggio è elencato fra quelli che facevano parte della diocesi di Larino, citato nella bolla del 1181.
Abitato nel 1466 da coloni albanesi, decimato dalla peste del 1630, i residui abitanti si rifugiarono a Casacalenda dove furono assegnati sui terreni di contrada S. Leo.
L’ex feudo rivendicato al Comune innanzi alla Commissione feudale che si concluse il 30 agosto del 1810, a favore del Comune, da cui risultò essere esteso il feudo 2165 tomoli.
S. Martinello, per memoria.
Altre notizie storiche:.
Nel 1636 Casacalenda fu decimata da una epidemia di peste che falcidiò circa il 58% degli abitanti.
Nel 1799, dopo la proclamazione della Repubblica Partenopea da parte del generale Championnet, il 24 gennaio, il 19 febbraio Casacalenda fu assediata da armati capeggiati dai sanfedisti referenti del duca di Sangro e del cardinale Ruffo, provenienti da Larino, S. Giacomo, Campomarino, Portocannone e Ururi e guidati da Cesare Colagiovanni, Pasquale Bucci, Francesco Manes, Michelangelo Flocco, Nazario Campofreda, tutti spinti da motivazioni diverse; costoro avevano trasportato con sé due cannoni e posto l’assedio della città.
Riunitisi sotto il comando del Flocco, volevano il ritorno della monarchia legittima e intimarono che coloro che esponessero il ritratto del Re e della Regina e che si fregiassero della “coccarda napoletana, avrebbero avuto salva la vita.
Dopo un lungo silenzio, aprirono il fuoco e ne seguì una violenta sparatoria da ambo le parti, gli assedianti e i cittadini barricati. Ma nessuno si arrendeva. Se non che, all’alba del 20 febbraio si vide sventolare una bandiera bianca sul Monte, come se gli assalitori volessero trattare.
Trovandosi in loco per il quaresimale Padre Giuseppe da Macchia Valfortore, Minore Osservante del Convento di S. Martino in Pensilis, il quale conosceva molti dei capi assalitori, i quali, esponendo la bandiera bianca issata sul Monte e seguiti da parte del popolo si avvicinarono a Lui, chiedendo che si recasse sul Monte esponendo il SS. Sacramento e seguito dal popolo in processione per trattare amichevolmente.
Padre Giuseppe, intuendo che sotto sotto si celasse un tranello, venne a sapere da Michelangelo Ciolla, Cancelliere dell’Università,il quale, andato al campo del Flocco era stato dichiarato da costui in arresto, malgrado portasse la coccarda rossa al cappello. La popolazione s’impaurì e cercò di allontanarsi per trovare rifugio in luoghi più tranquilli. Anche il Mastrogiurato ebbe i suoi timori, ma tornato a casa diede ordine che si innalzasse la bandiera bianca sopra il campanile della Parrocchiale e, nello stesso tempo, scrisse una lettera al Ciolla, incaricandolo di parlare al Flocco per chiedere un armistizio fino all’Ave Maria, ma il Flocco concesse solo mezz’ora di tempo per consegnargli le armi e il Mastrogiurato stesso si dovesse consegnare alla testa del popolo, accompagnato da Padre Giuseppe con il SS. Sacramento.
Il Mastrogiurato Domenico de Gennaro pregò Padre Giuseppe d’andare da solo nel campo nemico per imporre i buoni uffici coi capi assedianti e fare loro le concessioni che fossero compatibili. Padre Giuseppe si recò dal Flocco e chiese cosa cercassero loro dalla povera gente e il Flocco chiese per tutti la consegna delle armi, l’indennità di spedizione di 2.000 ducati, e la persona del Mastrogiurato ad ostaggio e a disposizione del Re. Padre Giuseppe accolse le prime, ma rifiutò l’ultima, cercando in tutti i modi di dissuaderlo, ma il Flocco fu irremovibile.
Padre Giuseppe fece giurare a tutti i capi della spedizione che avrebbero salvato la vita del Mastrogiurato e fece firmare loro un documento a garanzia di quanto giurato sul Crocefisso.
Il de Gennaro si recò nel campo e si consegnò agli assedianti, i quali poi si recarono a cena in casa del Mastrogiurato e mentre si cenava, le loro milizie compivano ogni sorta di razzia ai danni della popolazione, non risparmiando neppure le chiese e gridando “morte ai giacobini” si diedero anche ai massacri.. Alla fine fecero ritorno ai loro paesi albanesi; ma il 26 febbraio Domenico de Gennaro veniva arrestato e fucilato sulla spiaggia di Campomarino..
Il movimento sanfedista del 1799 capeggiato dal cardinale Ruffo commise ogni sorta di delitti, soprusi, razzie ed omicidi e non mi pare che la Chiesa abbia mai rinnegato l’operato di costui, che portava il crocefisso in petto e la spada al fianco, stabilendo il suo quartier generale in S. Giovanni in Galdo. .
Nel 1811, il 18 luglio vengono giustiziati sulle forche poste in Largo della Croce sei individui di Casacalenda, giudicati colpevoli di aver assassinato il giudice di Pace Cherubino Augenti di Celenza sul Trigno nel giorno 12 settembre de1809; costoro rispondevano a Paonetta Gianmbattista, Di Ruberto Crescenzo, Mastrocola Pardo e il fratello Marcovincenzo, Pietrantonio Pietrangelo, e il fratello Pasquale.
Nel 1814, transitando da Larino per Casacalenda il Real Tesoro con la scorta armata, a un chilometro circa dall’abitato di Casacalenda, questa fu attacca da una banda di briganti che fuggirono verso il bosco di contrada S. Martinello.
Nel 1832, il 15 settembre re Ferdinando II viene in visita, con tutto il suo seguito, a Casacalenda, ospite del duca Francesco di Sangro e della duchessa Isabella Parravicino.
Nel 1837 Casacalenda patisce una seconda epidemia di colera che miete circa il 13% della popolazione.
Nel 1844 a Casacalenda fu ritrovata una Tavola Osca delle dimensioni di m 1,70 per m 0,37 con incisa una iscrizione.
La pietra , destinata a soglia d’ingresso di una casa in costruzione,, avvertito della cosa Ambrogio Caraba, professore di Storia, il quale l’acquistò pagandola al proprietario, ne eseguì il calco e la consegnò a Padre Raffaele Garrucci, storico dottissimo e archeologo.
Il Garrucci interpretò il testo e lo consegnò al Museo Nazionale di Napoli, dove tuttora è costodita. Su di essa hanno studiato i più insigni studiosi.
Nel 1850, il 2 dicembre, la Gran Corte Criminale del Molise,con sede a Campobasso, condanna all’ergastolo i briganti Giuseppe e Maurizio Tozzi e Sciscenti Michele, tutti di Casacalenda, e Listorti Michele e Domenico, Fascone Luigi e Ferrara Luigi di Morrone, e Marotta Domenico, componenti della banda dei Tozzi, cosiddetta “dei Cazzurro” loro soprannome.Nel 1883, il 21 gennaio, viene inaugurato a Casacalenda il tronco ferroviario Casacalenda-Campobasso-Benevento.
Notizie ecclesiastiche:Casacalenda è sempre appartenuta alla diocesi di Larino, comprende una sola parrocchia intitolata a S.Maria in Nives o Maggiore ed ha per protettore S.Onofrio e comprotettori i Santi Maurizio martire e S. Francesco Saverio le cui feste si fanno il 22 settembre e il 3 dicembre.
Le sue chiese sono:
S. Maria Maggiore, di antichissima fondazione, era a una sola nave e venne abbattuta dal terremoto del 1456 e ricostruita nel XVI secolo, forse nel 1587 come da una data incisa sul gradino del portale d’ingresso. Danneggiata ulteriormente dal terremoto del 1688, fu oggetto di radicali restauri e ampliamenti sotto gli auspici di Mons. Pianetti, prima, poi di Mons Tria che ordinò che venisse ampliata con una nave laterale, che fu di minore lunghezza , ma di maggiore altezza.
Il 12 giugno 1896 crollò una volta della nave aggiunta, che fu subito ricostruita sotto la guida dell’Ing. Enrico Vetta.
Le tre navi originarie misurano una lunghezza di m 28,50, una larghezza di m 13 ed una altezza media di m 8; la nave aggiunta è lunga m15, larga m 6 e alta m 6,50.
Sulla facciata si vedono due statue raffiguranti S. Giovanni e la Madonna del XIV secolo.
In essa si conserva una tavola rappresentante la “ Natività” , opera di Fabrizio Santafede. Inoltre sono presenti una tela di Paolo Gamba raffigurante “Madonna con bambino”, una di Antonio Solaro raffigurante “Morte di S. Giuseppe” del XVI secolo; sono altresì degne di ammirazione un reliquario d’argento di grosse dimensioni del 1799, contenente l’omero di S. Maurizio; l’altare maggiore in marmi policromi e quello della Concezione, e l’altare di S. Giuseppe con un “Cristo morto” scolpito su marmo.
Altri dipinti rappresentano la “Madonna del Gonfalone”, nella quale è effigiato il vescovo Mons Tria, storico della diocesi di Larino..
All’interno sono quattro navate , nella quale ultima sono compresi il presbiterio e la torre campanaria.
S. Maria di Loreto, edificata a metà del XVII secolo dalle Confraternite del SS. Sacramento , S.Maria del Gonfalone, Pugatorio, SS. Rosario, istituite con bolla di Sisto V del 1 maggio 1586, presso la Chiesa parrocchiale.
Nel 1688 venne ampliata con l’aggiunta di una cappella dedicata a S. Maria delle Grazie, a spese di Antonio Scarparo.
Nel 727, durante una visita pastorale di Mons. Tria, vedendo la chiesa molto danneggiata, ordinò che venisse ricostruita perché utile alla comunità, non essendovi altri luoghi di culto nelle vicinanze.
Ricostruita venne aperta al culto nel 1730 e il nuovo vescovo di Larino Mons Carlo D’Ambrosio (1775- 1796), la dichiarò filiale parrocchiale .
S. Maria di Loreto, popolarmente chiamata “del Carmine” nel 1893 fu nuovamente restaurata e arricchita con pavimenti e rivestimenti in marmo, stucchi alle volte ed edificata la torre campanaria, su progetto dell’Ing. Enrico Vetta; sulla torre campanaria è stato posto anche l’orologio a tre quadranti fornito dalla ditta Curci di Napoli.
La chiesa è sede della Congrega del Carmine, fondata con bolla vescovile del 1854.
Chiesa dell’Addolorata, edificata nel 1755 e terminata nel 1761, come si rileva da iscrizione incisa sul portale, a spese del Comune e delle Congreghe esistenti, ma preminentemente dalla Congrega omonima istituita con bolla del 29 giugno 1743 del Padre Giuseppe Maria de Inghiaramis Curti, Priore Generale dei Servi di Maria e approvata con Regio Rescritto 30 luglio 1763, concorde il parere del Cappellano Maggiore Mons Nicola de Rosa vescovo di Pozzuoli. Qui si trasferi daS.Maria di Loreto, la Congrega nnel 1781.
La chiesa è ad una sola nave, in stile corinzio ed è lunga m 18,00, larga m 9, alta m 14; ha un bell’altare maggiore in marmi policromi, donato dal duca di Casacalenda alla Chiesa di S. Salvatore, non più esistente. Il Coro in noce ed olivo donato dai concittadini Filippo Benizi, Giambattista éPietrantonio e un quadrpo raffigurante S. Filippo Neri, opera di Gregorio Cristinziano di Montorio del 1853.
Restaurata nel 1892, fu sostituito il pavimento con uno in marmo e decorate le pareti e il soffitto
con stucchi, mentre nel 1913 fu ricostruito il campanile su progetto del Gom. Nicola Ardente.
S. Maria della Difesa, edificata a monte del paese, a circa due chilometri, nel 1898, è meta di pellegrini che venerano la “Madonna con bambino”, opera dello Stabilimento Dupré di Firenze.
S. Onofrio, edificata nel 1407 dai Frati Minori,insieme al Convento di cui è annessa la chiesa, per volere di Padre Giovanni da Stroncone , Commissario Generale e fondatore del SS. Salvatore a Lucera, di S. Giovanni dei Gelsi a Campobasso, e S. Onofrio a Vasto.
Fu perfezionato, in seguito, dal beato Tommaso da Firenze, che accolse i novizi dell’Odine dei Frati Minori Osservanti, i quali seguirono la riforma del Beato Stefano Molina.
Il Convento ha un chiostro spazioso con un bel porticato. Dal 1708 al 1736 il Convento accolse oltre 20 monaci tra padri, laici e novizi.
Esentato dalla soppressione del 1809, non sfuggì a quella del 1866 e il 1° febbraio venne ceduto al Comune, per quelle parti escludenti la Chiesa e il Noviziato, le quali furono ceduti gratuitamente al Comune il 1° ottobre 1887, con l’obbligo di mantenere aperta la Chiesa a proprie spese.
Il Comune, a sua volta, affidò l’intero edificio ai PP. Osservanti.
La chiesa è a due navate , con un altare policromo molto fine, collocato sotto un vasto arco, dietro il quale prende posto il Coro.
Nella parte sorretta dall’arco prende posto il dipinto raffigurante l’emblema dell’Ordine e lateralmente S. Bonaventura Dottore e Cardinale , a destra Giovanni Duns, noto come il “Dottor Sottile”, perché oppositore della Scolastica di S. Tommaso d’Aquino, detto a sua volta “Dottore Angelico”.
In fondo al Coro, c’è la porta d’ingresso alla sagrestia, dove tutta la parete è occupata da un trittico raffigurante “L’Annunciazione” e “S. Onofrio”, e sovrasta il tutto la “Cena degli Apostoli”.
Il trittico è realizzato su tavole di quercia , opera di uno della scuola dello Zingaro.
All’interno c’è anche un dipinto che raffigura la “Porziuncola di S.Francesco” opera, del pittore oratinese Benedetto Brunetti del XVII secolo.
Biografie:
Giambattista Masciotta, storico (Casacalenda 1864- Campobasso 1933) https://www.ugodugo.it/giambattista-masciotta
Per una più profonda conoscenza Consultare il IV Volume della nuova edizione di "IL MOLISE", sua opera, Il Meridionalismo di Giambattista Masciotta, scrittore e storiografo molisano tra Ottocento e Novecento, a cura di Francesco Barra, Francesco D'Episcopo, Natalino Paone.
Pietro Corsi, scrittore (Casacalenda 1937- USA 3/7/2017) vai a: https://www.ugodugo.it/riflessioni-intorno-alle-opere-narrative-di-pietro-corsi
Altri interessi:
A Casacalenda innanzitutto c’è da visitare il Centro storico, con il palazzo ducale, il tutto ben tenuto e ricco di piccoli manufatti in pietra locale. Poi la Chiesa di S.Maria Maggiore in cui si possono ammirare opere già citate in precedenza.
Poi, il Convento di S.Onofrio, La Madonna della Difesa, il Teatro comunale, uno dei più antichi del Molise, e le passeggiate nell’OASI del WWF, curato dagli esperti della LIPU, in cui si possono vedere volatili nel loro ambiente, e molte specie botaniche della flora molisana.
La tradizionale festa di S. Giuseppe è particolarmente sentita, a chiusura della quale segue il tradizionale pranzo con le 19 portate.
In estate si tiene il Festival del Cinema e una Mostra di Pittura.
La gastronomia come piatti tipici offre “La Pezzenta” una zuppa di legumi e il “Baccalà alla casacalendese”.
IN ELABORAZIONE
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