CASTELBOTTACCIO (CB) m 618 s.l.m.

Pop:269 nel 2019; Sup. Kmq 11,22; Dens. 24. Patrono:S. Oto.
Popolazione negli anni: fuochi 61 nel 1669; abitanti 914 nel 1700; 1039 nel 1790; 1526 nel 1835; 1643 nel 1861; 2090 nel 1901; 2293 nel 1911; 1949 nel 1931; 1949 nel 1936; 1467 nel 1951; 1257 nel 1961; 897 nel 1981; 624 nel 1991; 422 nel 2001; 349 nel 2011;263 nel 2018.
Origine del nome:Sorto intorno al mille, il nome deriverebbe dall’arabo “kalaat” che vale per fortezza, la quale secondo il Famin spiega i nomi di Calatafimi (Fortezza di Eufemio), Caltabellotta ( Fortezza delle querce). Ammettendo tale etimo dovremmo ritenere che il luogo subì le incursioni arabe che si ebbero tra i secoli IX e XI, oppure che fu fondato da rifugiati saraceni.
Il nome in seguito ebbe diverse storpiature, ad esempio nel Catalogo Borrelliano è detto “ Calcabuczam”, in cui è evidente l’origine orientale; nel V sec. è detto “Castrum Carcabutaci” e ancora “Carcabottazzo”, ; che poi diventa “Carcabottaccio” ed ancora “Calcabottaccio” e finalmente “Castelbottaccio.”
Notizie storiche:Nell’anno 1132 signore di Castelbottaccio è Manfredo Marchisio,, a cui successe il figlio Ugone e nel 1178 il nipote Ragone Marchisio. Bisogna dire che i Marchisio non erano altro che i Luparia, essendo Marchisio il signore della Marca , come specificato anche nella monografia di Lupara.
Nel periodo angioino, sotto Roberto d’Angiò il feudo era tenuto dalla famiglia di Sangro, che ne fu signora fino al 1465, allorché per fellonia verso Ferrante I d’Aragona ne venne privata.
Castebottaccio , devoluta al demanio, fu data in feudo nel 1477 a Luigi Gesualdo Conte di Conza, famiglia derivante da prole di Re normanno.
Il Conte di Conza, nel 1495, avendo parteggiato per Carlo VIII fu dichiarato ribelle e privato del feudo, che tornò di nuovo alla Real Corte, che il 10 maggio 1498 la diede in feudo al Gran Capitano Ferrante Consalvo di Cordova, che, nel 1507 fu richiamato in Spagna, per cui tutti i suoi feudi vennero incamerati dal Real Fisco e posti in vendita.
Castelbottaccio fu aggiudicata ad uno dei di Sangro. Nel 1560 eredi del feudo erano Vittoria e Lucrezia di Sangro, monache della Croce di Lucca in Napoli, e figlie di Adriana Tomasello, a cui fecero donazione del feudo.
Adriana Tomasello apparteneva alla famiglia Capece e passò in seconde nozze con Alfonso Piscitelli, dal quale ebbe un figlio, Gianfrancesco.
Adriana morì nel 1569, lasciando erede il figlio Gianfrancesco Piscitelli che stabilì la signoria in Castelbottaccio.
Ultimo della stirpe dei Piscitelli fu Gianfrancesco junior che morì nel 1646, lasciando erede il nipote Berardino, indebitato ed allora ad istanza dei creditori di lui il feudo fu posto all’asta dalla R. Corte.e rimase aggiudicato a Giambattista Ferri, nel 1655.
I Ferri e la loro discendenza tennero il feudo fino agli inizi del XVIII secolo, quando lo vendettero ai Cardone.
Domenico Cardone, proveniente da Atessa in Abruzzo era utilista di Archi e Fara e teneva intestata Castelbottaccio nel 1725. Questa famiglia si deve distinguere dalla famiglia Cardona, di origine catalana.
A Domenico successero Nicola, signore dal 1731 al 1740 e Francesco il quale, all’età di 46 anni, sposò Olimpia Frangipane, figlia del Duca di Mirabello, di 20 anni più giovane di lui.
Dal matrimonio di Francesco con Olimpia nacquero otto figlie femmine, delle quali Matilde, fu moglie a Michele Cuoco fratello del più noto Vincenzo.
Donna Olimpia Frangipane tenne un famoso salotto culturale in Castelbottaccio, frequentato dai più illustri nomi dell’ aristocrazia molisana e non solo. Salotto tenuto a bada dalla polizia borbonica perché sospettato di giacobinismo, per cui, alcuni dei partecipanti, finirono alla ghigliottina in Piazza Mercato in Napoli.
Francesco Cardone morì di cuore a Napoli il 3 luglio 1810 e nel 1830 morì in Napoli anche la Frangipane, in casa del barone di S. Biase Gennaro de Blasiis, suo parente con il quale conviveva.
I Cardone furono gli ultimi titolari di Castelbottaccio.
Notizie ecclesiastiche: Castelbottaccio fu pertinenza della diocesi di Guardialfiera fino al 1818, anno in cui fu aggregata alla diocesi di Termoli-Larino; ha una sola parrocchia sotto il titolo di S. Maria delle Grazie. Il patrono del Comune è S. Oto ( santo della famiglia dei Frangipani del Lazio).
Le chiese sono:
S. Maria delle Grazie:è fra le chiese più antiche della diocesi, giacché se ne ricorda la consacrazione nel 1178, come rivelasi nella lapide rinvenuta fra i rottami dell’edificio al tempo dei lavori di restauro e fatta murare all’interno della chiesa.
L’interno è diviso in tre navate della lunghezza di 20 metri e la larghezza di 17 ed è alta 9 metri. Danneggiata dal terremoto del 1805 venne ricostruita dal 1813 al 1815; abbellita nel 1820.
Restaurata nuovamente dopo il terremoto del 2002 la chiesa è molto accogliente e molto bene arredata.. Si ammirano: una bellissima statua di S. Giuseppe dello scultore Giovannitti di Oratino, la statua della Vergine, opera di Giacomo Colombo di Napoli e un quadro del pittore locale Arnaldo De Lisio.
Anche all’esterno si presenta restaurata con un bel campanile e con tre porte d’accesso.
S. Rocco: Edificata nel 1837 in ringraziamento per la cessata epidemia di colera, nell’area occupata dai ruderi di una vecchia badia; nelle pareti esterne sono riportate alcune lapidi, di cui una tombale del 1303 e l’altra, attestante che la chiesa di S.Giacomo, non più esistente, era stata consacrata nel 1207.
Vergine del Carmelo:; edificata a devozione e spese di Francesco Santillo nel 1854, all’interno cc’è una tela del pittore locale Arnaldo De Lisio.
Santa Giusta: Cappella rurale lontana dall’abitato, fondata agli inizi del XIX sec, si venera la “Madonna del Carmelo” dovuta all’arte di Arnaldo De Lisio.
S. Oto:: Cappella rurale nei pressi del paese sulla strada che porta alla Bifernina, edificata nel 1893 e consacrata il 15 aprile del 1899.
Altri interessi:A parte la bellissima chiesa di S. Maria delle Grazie del XII sec e i resti del Palazzo baronale in pessime condizioni, quasi completamente caduto, si possono ammirare diversi portali, opere di scalpellini locali, la bella fonte in piazza a forgia dello stemma del Comune, mentre in Santa Giusta si può godere del panorama e della pace e dell’aria serafica che la circonda.
La cucina presenta piatti tradizionali e l’ospitalità è buona.