“Uocchie nerella”
Di questa delicata lirica la figlia Rosina sottolinea la dolcezza appassionata dei versi; qualche altro attento lettore la considera una sorta di dichiarazione d’amore, comunque una poesia stupenda, che rimanda alla migliore tradizione lirico-amorosa della nostra letteratura. I versi “da quiss’occhie esce ‘a calamite/ ch’u core fa tremà, schembònn’ a vite”, gli fanno venire in mente quelli famosi di Guido Cavalcanti “Voi che per gli occhi mi passaste il core e destaste la mente che dormia”.
Sono osservazioni pertinenti. Se ne potrebbero aggiungere altre, ad esempio quel “preziosa e cara” che richiama alla memoria espressioni simili (anche se applicate a un contesto del tutto diverso) del Cantico delle creature di S. Francesco D’Assisi. Lo stesso titolo è in proposito significativo di questo retroterra dotto (di questa ascendenza letteraria). Qualcuno (non so perché) lo ha trasformato in “Uocchie nerìlle”, considerando nerìlle come aggettivo, attributo di occhi; e invece è proprio Uocchie nerella, dove nerella si riferisce a Concettina; nera gli occhi, insomma un vero e proprio accusativo di relazione o alla greca, come, ad esempio, Sparsa le trecce morbide/ sull’affannoso petto,/ lenta le palme, e rorida/ di morte il bianco aspetto…del Manzoni). E che sia così lo conferma anche la rima.
Ma non possiamo limitarci a questo, se non vogliamo rischiare di travisarne il senso. Giacché accanto alla componente dotta, letteraria, ce n’è un’altra che va sottolineata… E cioè. Le espressioni, le immagini, che nella lirica si susseguono, sono tipiche dell’immaginario contadino o semplicemente popolare. La letteratura italiana è ricca di esempi del genere; forse ancora di più il canto (e non solo il canto popolare, devo dire): mi viene in mente, tanto per fare un esempio, il preludio della Cavalleria rusticana di Mascagni (Turiddu: “O Lola ch’ai di latti la cammisa/ sì bianca e russa comu la cirasa/ quannu t’affacci fai la vucca a risa, biato chi ti dà lu primmu vasu!”).
Del resto, lo stesso Sassi si è dilettato in prove del genere: infatti di lui ci restano anche i versi di una ‘Romanza’ (dedicata, questa volta, non ad una brunetta dagli occhi neri, ma ad una donna, Livia, dagli occhi celesti colore del mare, e del cielo). Proprio “Occhi celesti”, è il titolo di questa romanza, che adesso ascolteremo nell’adattamento musicale del Coro di S. Giuseppe, formato da ragazzi e ragazze che da diversi anni animano con grande bravura (devo dire) la liturgia nel nostro comune e in quelli vicini, ma che, ovviamente si esibiscono anche in altre circostanze.
“Occhi celesti Osservazioni più o meno simili a quelle fatte per “Uocchie nerella”, possiamo fare anche per un’altra lirica “Cante d’amore”, nella quale il poeta descrive quello che avviene nell’animo (e nel corpo) di una ragazza quando si innamora. “Cante d’amore”Ecco, questa componente squisitamente popolare, che nelle due liriche appena ascoltate riguarda la gioventù e l’amore, e in altre il sentimento religioso, la devozione alla fede dei padri, rappresenta l’ispirazione più autentica del poeta, la sua cifra poetica, come si suol dire.Significativa in proposito è l’immagine della fanciulla protagonista del sonetto che descrive un momento della processione patronale.
Èsce ‘a precessione
Qui, la bella fanciulla vestita di bianco, che getta a piene mani fiori che vanno a posarsi dolcemente sul suolo, si trasforma quasi inavvertitamente in una sorta di sacerdotessa che ha il compito di chiedere la protezione del Santo. È l’intero popolo, raccolto dietro il Santo, che le ha affidato questo solenne incarico: un popolo a volte distratto, a volte indegno, non certamente un popolo di santi, ma un insieme di uomini, col carico delle loro pene e delle loro gioie, un insieme di peccatori, per cui Cristo si è immolato e a cui ha ridato la speranza della salvezza.
Con il sonetto dedicato alla processione di S. Leo, siamo nel pieno della maturità umana e artistica di Domenico Sassi, quando il poeta si fa interprete del modo popolare di vivere la religione, il rapporto con il divino, diventando (volutamente) l’interprete dello spirito religioso del popolo sammartinese, soprattutto nei suoi aspetti popolareggianti. Come appare evidente nei sonetti su S. Biagio, in quelli dedicati alla prima guerra mondiale, e soprattutto nel canto della Carrese.
I sonetti su S. Biagio
Prìme de matetìne
Recuòrde passàte..e tièmpe presènte
‘A benediziòne
Guerra rupé
Tresenèlle e Donn’Angelìne
Donn’Angelìne respònne
Con il canto della Carrese, nella tarda sera del 29 aprile, si apre la festa del nostro patrono, S. Leo. Non posso purtroppo soffermarmi su di essa, come vorrei e come sarebbe opportuno. Rimando a quanto ho scritto in altre occasioni. Dico soltanto che questo testo, di difficile interpretazione, è fondamentale per comprendere la nostra festa, che è festa religiosa in onore di S. Leo (non c’è dubbio), ma è anche festa di primavera.
Domenico Sassi è perfettamente consapevole dell’importanza della Carrese, che egli stesso considera un “documento antichissimo della nostra letteratura popolare”, fin allora tramandato per via orale. Per questo si preoccupa di raccoglierne le varie versioni, di studiarle e metterle a confronto e, alla fine, di dare al testo una forma scritta (il primo e, finora, l’unico). Da questo lavoro paziente, e dotto, viene fuori un componimento ben strutturato, formato da 34 endecasillabi, riuniti in 17 distici, legati tra loro con rime assonanzate.
Non solo, ma vuole ricreare anche l’atmosfera, il clima, che ne accompagna il canto e senza del quale essa perde molto del suo fascino. E colloca la Carrese all’inizio dei dodici stupendi sonetti, dedicati ai vari momenti della corsa dei carri. Uno di questi sonetti, quello dedicato alla processione, lo abbiamo già letto; un altro, descrive proprio la sera della Carrese.
“A sère da Carrése”
È ora la volta della Carrese. Prima verrà proposta una sua possibile (probabile) interpretazione, subito dopo, il canto, eseguito sempre dal Coro di S: Giuseppe. Il canto che proponiamo non è l’originale, ma una sua versione moderna, dovuta a due nostri illustri concittadini, sacerdoti entrambi, don Luigi Marcangione (che purtroppo ci ha lasciato un paio anni fa) e mons. Leo Boccardi, arcivescovo, Nunzio Apostolico in Sudan e Eritrea. A loro dedichiamo l’esecuzione di questa sera. E se permettete, la dedichiamo anche a un altro grande figlio della nostra terra, un altro sacerdote, mons. Vittorio Fusco, nipote del poeta, che teneva molto a un convegno sul nonno (come del resto sua sorella, la prof.ssa Fusco,) e che (pur completamente assorbito dall’insegnamento universitario e dagli studi di teologia) aveva ugualmente trovato il tempo di collaborare, insieme con l’Amministrazione Comunale di S. Martino, al Convegno cui ho accennato.
Una interpretazione della Carrese
Canto della Carrese
Allora, mondo popolare, religione popolare, tradizione. San Martino (si sa) è noto anche fuori del Molise per la corsa dei carri del 30 aprile, che da qualche anno (attraverso il Web) è seguita in diretta non solo in altre regioni italiane, ma anche fuori d’Italia, persino in Giappone.
La corsa dei carri non è solo un’espressione folcloristica di una piccola comunità del Basso Molise. È anche questo, ovviamente. Ma è soprattutto una manifestazione che ha una forte valenza religiosa, nella quale (semplificando al massimo) si possono distinguere due tempi: un tempo cristiano, quello attuale, che trae origine dal pellegrinaggio verso i luoghi in cui era vissuto e aveva operato S. Leo; e un tempo più antico, che si dipana all’indietro, riconducendoci (giù per li rami) alla transumanza (alla civiltà della transumanza), al ver sacrum (alla primavera sacra), ai Sanniti e ai ludi taurei, che (teste Tito Livio), si celebravano non solo nel Sannio ma anche in altre parti dell’Italia centrale e persino a Roma e, ancora più oltre, alle storie di dei e di tori della Grecia e del vicino oriente. Insomma, una specie di filo rosso che collega la nostra festa a tempi antichissimi.
Ora, io non credo di esagerare se dico che questa grande tradizione deve molto all’opera poetica di Domenico Sassi. È lui che ha dato (diciamo così) una patente di nobiltà all’intera vicenda, dando forma altamente poetica alla leggenda di S. Leo. Si parva licet, Sassi ha fatto ciò che aveva fatto il sommo Omero con la guerra di Troia. Chi oggi parlerebbe di questo episodio, uno dei tanti, tutto sommato, della storia antica, se non ci fosse stato Omero, che avrebbe eternato, come ci ricorda Ugo Foscolo quelle vicende e quei personaggi col canto, con la poesia.
Proprio la leggenda di S. Leo è l’oggetto del poemetto “’A stòrie de Sànde Lé”. Questo poemetto, di complessive 62 ottave, è preceduto da una lettera ai Sammartinesi emigrati nelle Americhe (i carissimi amici’ d’oltremare). È un testo bellissimo: una toccante testimonianza di fede verso S. Leo, un atto di fede nei confronti dell’arte e della poesia, con cui magnificare le lodi del Santo; e, infine, un atto di fede nei confronti del dialetto, visto come il mezzo più idoneo a così alto compito. Giacché il dialetto è la lingua viva, parlata dal popolo, la quale (cito testualmente) “come le grandi foreste vergini inesplorate, nasconde infinite e forse insospettate bellezze…ha frasi e locuzioni che superano, talvolta, per efficacia e per forza di espressione, quelle corrispondenti della letteratura classica; ha immagini così vive di colorito e così palpitanti di sentimento che non temono il confronto di quelle consacrate dall’arte”.
Di questo amore del Sassi per i dialetto, ci sono varie testimonianze di familiari ed amici che raccontano di una specie di mania per la ricerca e l’annotazione di parole ed espressioni dialettali caratteristiche, che entrano a far parte del suo laboratorio artistico e che egli poi utilizza magistralmente.
(A riprova di ciò, si potrebbero fare numerosi esempi, spulciando qua e là tra i suoi versi. Di tempo non ce n’è, ma uno lo voglio fare ugualmente. Mi riferisco al primo sonetto di S. Biagio, che abbiamo ascoltato poco fa, in particolare alla prima quartina. È ancora buio (vi ricordate), ma qualcuno va già svegliando i cittadini con la tromba. Sassi usa un termine efficacissimo che io ho tradotto con un misero svegliando. In realtà lui dice “va squezzànne”, ed è parola che dice molto di più: togliere le coperte da ‘u quezzétte’, cioè dalla nuca: e noi vediamo persone di colpo svegliate da quel suono, mentre stanno ancora assaporando (come gattini) il tepore del letto, particolarmente dolce e ricercato in una giornata rigida e piovosa).
E non parlo poi delle scrupolose e dotte annotazioni che accompagnano il suo lavoro di poeta, quel soffermarsi ora un vocabolo che viene dal francese, ora un altro che deriva dal latino o addirittura dal greco: lo studio del dialetto ci dà di queste sorprese.
E tuttavia egli non fu un filologo, né un linguista in senso stretto. Divenne studioso del dialetto per motivi squisitamente artistici: la sua attività di filologo, insomma, è in funzione della sua attività di poeta. Del resto non poteva essere che il dialetto lo strumento necessario (in un certo senso obbligato) per farsi interprete e cantore dell’animo popolare.
Certo, egli scrisse molto anche in lingua, collaborando a riviste letterarie del tempo, pubblicate nel Molise e in altre regioni. Ma si tratta, a mio avviso, di poesie d’occasione, scritte per celebrare personalità illustri, o eventi bellici, o momenti legati a iniziative pubbliche, o altro di simile. Una produzione importante, senza dubbio, che testimonia del ruolo notevole da lui svolto, da lui ricoperto all’interno della realtà locale, nella quale, per consenso unanime, era autorità indiscussa, e non solo nel campo professionale, dove raggiunse traguardi di notevole rilievo, su cui purtroppo non posso soffermarmi.
Ma una produzione, che resta molto al di qua della soglia artistica vera e propria, e che nella migliore delle ipotesi può essere considerata espressione di un’epoca, di un clima, di un gusto…Ma non va oltre un versificare tipico dei rappresentanti delle classi colte di provincia, chiaramente epigoni dell’ultimo Carducci, osannato ormai come il vate della terza Italia, o del D’Annunzio. L’ispirazione, la poesia, lì non la proviamo. La troviamo invece nelle opere in vernacolo. La troviamo nel poemetto dedicato a S. Leo..
Nel poemetto tutta la materia è vista attraverso gli occhi ingenui e semplici del popolo, attraverso la sua fervida immaginazione, che crea quell’atmosfera da favola, quel mondo lontano nel tempo, ma rivissuto con occhi incantati e conservato intatto nella profondità del nostro essere; una rievocazione ingenua ma fascinosa, così come la può vivere la fervida fantasia di un bambino o di un popolo bambino (nel senso vichiano del termine, un popolo cioè che prende contatto con la realtà, che si accosta alla conoscenza delle cose, più attraverso i sensi e l’immaginazione che non attraverso la ragione, l’intelligenza).
Può sembrare strano, ma questo modo ingenuo di vivere la dimensione religiosa (ingenuo solo appartentemente), a me fa venire in mente un altro grande interprete della devozione e della pietà popolare, sia pure vissute in un contesto del tutto diversa: sto parlando di Sant’Alfonso De Liguori, grande teologo e dottore della chiesa napoletana del ‘700, ma anche straordinario cantore della religione degli ultimi, dei popolani napoletani, di quelli che formano, secondo la felice definizione di Matilde Serao, “il ventre di Napoli”. Basti pensare al celeberrimo “Tu scendi dalle stelle” o a“Quanno nascette Ninno a Bettalemme”, (che io preferisco) o ad altre poesie ispirate al Ninno, cioè a Gesù.
“’A stòrie de Sande Lé
L’ultima parte del poemetto, come è stato detto, è dedicata alla narrazione di un miracolo di S. Leo. L’episodio occupa (a mio avviso) un posto importantissimo nella vicenda umana e poetica del Sassi. Dopo aver cantato tutta quanta la storia (la bella storia) di S. Leo, il poeta vuole raccontare un altro fatto che gli è stato riferito, perché non vuole far perdere la memoria di ciò che un tempo è accaduto a favore di quelli che seguiranno. Egli sa che è importante non interrompere questo filo che lega il passato al futuro, ma sa altrettanto bene che la tradizione è importante per il culto, perché la fede popolare si nutre di fatti concreti, edificanti, di miracoli, che più sono grandi e più testimoniano la potenza del Santo e più il Santo è venerato. Basti pensare ai pellegrinaggi presso i santuari più famosi.
Ecco perché, se “’A stòrie de Sànde Lè” è il suo capolavoro, il Miracolo è il capolavoro del capolavoro. In esso l’ispirazione, l’immedesimarsi nel modo di vivere la fede da parte del popolo, raggiunge il suo punto massimo. Un modo di vivere la fede (è il caso di aggiungere) che è parte di una visione drammatica e fatalistica dell’esistenza, una visione propria di chi si sente fragile, limitato, sa che non può farcela da solo, e ha bisogno di aiuto. Non pensa all’ingiustizia come a un fatto storico, un prodotto delle relazioni umane e quindi correggibile, ma come a un fatto di natura… Condizione, insomma, pre-politica o, meglio, fuori dalla politica. E allora si appella, si rivolge a chi può, per chiedergli aiuto, protezione (che è parola centrale per la devozione popolare). E la protezione riguarda le vicende collettive, che interessano cioè la comunità intera (terremoti, epidemie guerre, incendi), ma anche le vicende personali.
Le stesse note, in qualche punto troppo patetiche ed eccessivamente sentimentali, in questo caso non sono un limite, ma lo strumento, il mezzo, più adatto, anche dal punto di vista artistico, per entrare nella mentalità di un povero cristo, di un povero schianàte
Ma povero cristo non è solo (come in questo caso) l’emigrante, o il bracciante o il contadino, insomma chi vive n una condizione di quotidiana precarietà: no, in questa prospettiva ultima poveri cristi siamo tutti, lo è anche lui, il poeta. Ed egli lo sa bene, e forse, quando scrive, pensa anche a se stesso, al suo destino. Probabilmente avverte che anche la sua giornata fatale, il suo male punte, è vicino; e quando viene colto dal malore che lo condurrà alla morte, in una sala dell’ospedale di Larino, forse anche lui si rivolge a San Leo per chiedergli aiuto. Ma, come lamenta con tono accorato, ma nello stesso tempo sobrio, pudicamente sobrio, la figlia, per lui non avviene il miracolo…E muore a soli 56 anni.
‘Nu meràquele de Sande Lé
Relatore
Abbiamo concluso. Ringrazio di nuovo il Presidente, che mi ha offerto questa opportunità, e insieme con lui ringrazio tutti i presenti per l’attenzione e per la pazienza dimostrata.
Campobasso, 25 novembre 2009-
Michele Mancini
(Testo coordinato a quello precedente, utilizzato dalle ragazze (Ida Mazzocchetti e Maria Teresa Primiano) e dal Coro di S. Giuseppe)
(25/11/2009)