MONTENERO VALCOCCHIARA (IS) m 950 s.l.m.

Pop.: 513 nel 2019; Sup. Kmq 22,02; Dens. 23. Patrono: S. Clemente Martire.
Popolazione negli anni:fuochi: 80 nel 1532; 62 nel 1545; 69 nel 1561; 93 nel 1595; 93 nel 1648; 83 nel 1669; abitanti: 1285 nel 1780; 1523 nel 1795; 1535 nel 1835; 1379 nel 1861; 1769 nel 1881; 2089 nel 1901; 2008 nel 1911; 1519 nel 1931; 1485 nel 1936; 1244 nel 1951; 968 nel 1961; 814 nel 1971; 767 nel 1981; 683 nel 1991; 608 nel 2001; 558 nel 2011; 506 nel 2018.
Origine e storia:L’origine del nome deriva dalla località su cui, inizialmente, è sorto il primo insediamento, attorno al X secolo, di cui si hanno notizie. Nei Regesti angioini è già appellato “Mons niger de Sangro”. Quello attuale per distinguerlo da altri omonimi dell’Abruzzo e del Molise.
Montenero è citato nella “Cronaca Volturnense”, anteriormente all’anno 1011, essendo essa pertinenza della Badia di S. Vincenzo, in cui si ricorda pure che i figli del Borrello di Agnone la tolsero di forza ai figli di Angerio della casa di Duronia, che la detenevano in subfeudo, e se ne impossessarono, tenendola sicuramente fino al periodo svevo.
Nel periodo angioino Montenero fu feudo dei Collalto, di questa famiglia si ricorda che Robertina di Collalto ne vendette la metà, nel 1365, ad Andrea Carafa e un’altra metà al Monastero di Casaluce di Aversa.
Tra il XIV e il XV secolo si successero le famiglie dei Caracciolo e dei Cantelmo.
Nel 1455 Alfonso I d’Aragona assegnò Montenero in feudo a Carlo e ad Alfonso di Sangro.
Verso la metà del XVI secolo Montenero è feudo della famiglia Bucca (de Bucchis ) e il primo titolare è Manfredino Bucca, a cui successe il figlio Antonio Bucca d’Aragona, il quale acquistò anche Alfedena e Colli; gli fu consorte Beatrice della Tolfa.
Ad Antonio successe il figlio Ludovico, ancora in vita nel 1571.
Nel 1591 Montenero è feudo di Cesare Greco, che morì nel 1615, a cui successe il figlio Giovanfrancesco; questi sposò l’anno successivo Eleonora Ramirez de Montalto, figlia del marchese di S. Giuliano di Puglia.
Gianfrancesco, duca di Montenero morì in Isernia il 29 luglio 1631 ed ebbe erede il figlio Carlo.
Dopo Carlo, il feudo tornò alla famiglia Bucca, ed esattamente a Giambattista Bucca d’Aragona che morì nel 1648, lasciando quattro figli: Raniero, Beatrice, Isabella e Lucrezia.
Erede dei feudi fu Raniero che morì nel 1667, senza prole maschile, per cui gli successe la figlia Maria Beatrice che sposò Giacomo Pignatelli, duca di Bellosguardo; questi non avendo avuto prole, alla morte della sorella, il feudo andò a Beatrice, consorte di Alfonso Carafa.
Giambattista Carafa, figlio di Alfonso e Beatrice, ereditò il feudo nel 1669 e lo tenne fino alla sua morte nel 1734.
A Giambattista successe il figlio Alfonso, che morì senza prole nel 1760. A lui successe il fratello Muzio, che morì nel 1764, anche lui senza prole.
Quindi il feudo tornò al Demanio. Intanto sull’assegnazione successe una lite tra i feudatari di Forli e diAcquaviva e un altro fratello di Muzio che era Vescovo di Mileto e il feudo infine fu assegnato a Pulce Doria, la cui famiglia era signora di Petrella.
Amministrativamente in tempi antichi Montenero appartenne amministrativamente all’Abruzo Citerione e solo nel 1807 fu assegnato al Distretto d’Isernia.
Ex feudi: Valcocchiara, a confine con Rionero, Acquaviva e Cerro, si trova descritto dal Tavolario Pinto nel 1685. La Commissione feudale con sentenza del 12 aprile 181\0 riconobbe il carattere di demanio feudale alla tenuta e il diritto dell’ex barone, ma col peso degli usi civici sulla parte incolta..
Pantano, è una estensione di 400 ettari a circa un chilometro dal paese, in parte di proprietà privata e in parte del comune. Si riteneva che il sottosuolo fosse ricco di torba.
Notizie ecclesiastiche:Montenero dalle origini è appartenuta a S. Vincenzo al Volturno, però poi passò alla diocesi di Trivento e consta di una sola parrocchia intitolata a S. Maria di Loreto.
Le chiese sono:
S. Maria di Loreto,di antichissima fondazione, ebbe un forte restauro nel 1620, come si rileva da iscrizione posta all’altare del Crocefisso; è a tre navate delle quali la maggiore misura 33 m di lunghezza, 8 m di larghezza e 8 m di altezza. le laterali misurano 20 m di lunghezza e 4 m di altezza. Altro restauro lo subì nel 1880 quando furono sostituite le volte con travature in ferro.. Bello è il porticato che fiancheggia il lato sud. All’interno si ergono 12 altari tutti in marmi policromi, si ammirano il Coro , il pulpito e la sagrestia in legno noce intarsiato.
L’organo a canne è del 1721, opera di Giuseppe Marino della Cappella Palatina di Napoli.
Nella Cripta si conserva l corpo di S. Clemente martire, trasferito nel 1776 dalle Catacombe di S. Calisto di Roma.
S. Maria del Carmine, sede della confraternita omonima.
S. Nicola, sede della Confraternita di S. Clemente.
Inoltre si citano le seguenti Cappelle rurali: Assunta, S. Martino, S. Sebastiano, S. Antonio, S. Ilario, Incoronata, e Calvario.
Altro:
Il paese è tutto immerso in un’oasi di pace, tra monti e pascoli estesi. La manifestazione più importante è il “Rodeo Pentro” manifestazione di tipo western che si svolge l’ultima domenica d’agosto con grande affluenza di pubblico, antichissima, risalente addirittura alle origini del paese e forse anche prima, quando le popolazioni sannitiche dei Pentri, si riunivano per gareggiare alla doma dei cavalli.
Una visita in località Monte Castellano e Pozzo Dattone, dove si possono ritrovare resti di mura poligonali, mentre in località Vallocchie furono scoperte tombe sannitiche.
In centro oltre alle mura si può visitare il palazzo ducale, la chiesa di S. Maria di Loreto e del carmine.
La gastronomia si basa su latticini ( tra i quali ottimi i caciocavvalli e le manteche) e salumi e carni ovine e vaccine. Piatto tipico è rappresentato dalla pasta fatta in casa e condita con funghi, di cui i boschi vicini abbondano.
.
IN ELABORAZIONE
Visite: 875