RICCIA (CB)

Categoria: Molise in pillole Pubblicato: Martedì, 02 Giugno 2020 Scritto da ugo

RICCIA (CB)  m 710 s.l.m.

riccia stemma

Pop.:5084 nel 2019; Sup. Kmq 70,04; Dens. 73. Patrono:Sant’Agostino.

Popolazione negli anni: abitanti: 1500 nel 1600; 803 nel 1690; 1050 nel 1700; 2459 nel 1750; 3506 nel 1780; 4500 nel 1795; 6800 nel 1835; 7595 nel 1861; 8235 nel1881; 8777 nel 1901; 8061 nel 1911;1779 nel 1931; 7878 nel 1936; 8844 nel 1951; 7147 nel 1961; 6681 nel 1971; 6176 nel 1991;  5701 nel 2001;  5403 nel 2011; 5045 nel 2018.

Origine e storia: Lo storico locale Berengario Amorosa vuole che il nome della località gli derivasse da una colonia romana colà stabilitasi in virtù della legge di Silla, per controllare i traffici su quella parte di territorio, tra le fonti cita Sesto Giulio Frontino, che  nella sua cronaca  delle Colonie  attesta “ Aricia oppidum pro lege Sullana…Est Munitum. Iter populo  non debetur Agar eius in praecisuis assignatum est”. Quindi il nome sarebbe pervenuto alla colonia per essere pervenuti qui dalla Aricia laziale, come è stato per Ferrazzano. Quindi da “Aricia” romana divenne “Saricia” nei diplomi del XII secolo; poi ancora Ricia e Aritiae negli atti del sec XIV; infine nei   decreti di Curia  del XVII secolo Ritia ed in ultimo Riccia.

Il nome gli deriva senza dubbio da quanto suddetto, però molti reperti trovati nell’agro testimoniano l’esistenza di insediamenti sanniti sul suo territorio.

Mancano fonti certe anche del periodo longobardo e del periodo normanno.

 Sappiamo che nel XII secolo Riccia era feudo  di un milite del Monastero dei SS. Pietro e Severo di Torremaggiore; quindi era feudo  di pertinenza del Monastero e non un libero Comune o Università, condizione protratta nel periodo svevo, quando Federico II passò per quel luogo.

All’inizio della dominazione angioina , riferisce il Ciarlanti, che signore del feudo è Bartolomeo di Capua, dei conti di Termoli, lo stesso che fece costruire il Monastero  dei Padri Verginiani di Montevergine e che a Lui successe il figlio quartogenito Giovanni, avuto da Maria Franco.

Giovanni di Capua d’Altavilla ebbe moglie  Iacovella di Caiano e lasciò due figli: Roberto e Tommaso.

Roberto ebbe quattro figli: Bartolomeo, Antonio, Guglielmo  e Ludovico. Guglielmo  abbracciò la vita monastica e fu arcivescovo di Salerno e cardinale nel 1378;  Ludovico ugualmente  fu nominato cardinale da papa Urbano VI. Quindi il feudo passò in eredità a Bartolomeo, che ebbe per moglie Adriana Acciaiuoli, fiorentina  della famiglia di Niccolò Acciaiuoli Gran Siniscalco del Regno al tempo della regina Giovanna I, e vedova di Carlo d’Artus, fatto decapitare  in Aversa  da Re Ludovico d’Ungheria nel 1345, quale complice del duca di Durazzo nell’assassinio del Re Andrea, primo marito della regina Giovanna..

Nella Cedola  delle sovvenzioni generali  e nei Regesti del 1320  è detto “ Ricia, qui fuit olim in Capitanata” da questo si deduce che nel XIII sec. essa apparteneva alla Capitanata amministrativamente e che solo nel 1286  venne aggregata al Molise, ciò per desiderio di Bartolomeo  di Capua.

Bartolomeo, che aveva parteggiato per Luigi d’Angiò, suo ospite a Riccia,  contro Carlo di Durazzo,  fu privato del feudo dopo che Carlo di Durazzo salì al trono col nome di Carlo III  Re di Napoli, il quale  gli tolse il feudo e l’assegnò a Luigi di Capua , che aveva militato per lui

Luigi di Capua morì nel 1397 e gli successe il figlio Andrea, molto amato dal Re Ladislao, il quale aveva divorziato, dopo averne sfruttato il patrimonio e il prestigio della famiglia, dalla regina Costanza nel 1392, la offrì in moglie  ad Andrea , come secondo marito.

Da questo matrimonio nacquero due figli: Luigi e Maria, la quale nel 1422 sposò il Conte di Popoli Francesco Cantelmo e poco dopo, in seconde nozze,  Baldassarre  della Ratta Conte di Caserta.

Andrea morì nel  1420. A lui successe il figlio Luigi che ebbe in moglie  Altobella Pandone dei Conti di Venafro.

Luigi di Capua morì nel 1443, lasciando numerosa prole. Gli successe il figlio Andrea, sotto la tutela come si rileva  dal diploma  del 26 maggio 1444 , che essendo morto adolescente gli successe il fratello germano Francesco.

Francesco di Capua d’Altavilla  fu tenuto in grande considerazione presso la corte di Alfonso I e di Ferrante I d’Aragona e morì a Napoli nel 1488 e la sua salma fu traslata in Riccia.

Dalle sue nozze con Elisabetta  Conti ebbe Luigi, successore per Riccia, Bartolomeo, Giovanni  morto prematuramente nella battaglia di Seminara, Andrea, duca di Termoli, e Annibale signore di Montagano.

Luigi, non  avendo avuto prole dal matrimonio con Ginevra Camponeschi, della famiglia di Montorio in Abbruzzo, fece donazione dei feudi al fratello Bartolomeo nel 1495.

Bartolomeo di Capua d’Altavilla conseguì il titolo di principe di Riccia per sé e la sua discendenza; sposò  Roberta Boccapianola  nel 1483, la quale gli portò in dote molti feudi tra i quali S.Elia e Pietracatella, essendo lei unica discendente della stirpe. Poi, in seconde nozze, sposò Aurelia Orsini, figlia del duca di Gravina e in terze nozze Lucrezia Zurlo.

Bartolomeo di Capua fu Viceré  per il Molise e per Terra di Lavoro nel 1497 e per l’Abbruzzo  nel 1506. Nel 1515 restaurò il castello di Riccia. Morì il 23 agosto  del 1522 e fu tumulato a Riccia.

A Lui successe Luigi Martino di Capua, figlio della Zurlo, il quale sposò Giovannella Orsini della casa dei Principi di Conca ed ebbe tre figli: Bartolomeo, Giovanni e Fabrizio. Morì nel 1550.

Gli successe  Giovanni, essendo premorto il primogenito Bartolomeo.

Giovanni vendette nel 1564 Pietracatella  a Cristoforo Grimaldi e nel 1556 vendette le terre di S. Giuliano e Sepino a Scipione Carafa Conte di Morcone, del quale aveva sposato la figlia Costanza.

Da Costanza Carafa ebbe  due figlie:  Giovanna ed Ippolita, rimaste orfane nel 1589.

Ippolita successe al padre nei feudi, ma ne fece  cessione allo zio Fabrizio di Capua, il quale due anni dopo morì nel 1591.

A Fabrizio successe il figlio Luigi, che ebbe a consorte  Giovannella Carafa e morì nel 1627.

Gli successe il figlio Giovanni Fabrizio di Capua, figlio dellla Carafa, il quale ebbe per moglie  Margherita Ruffo.

Alla sua morte avvenuta il 9 marzo 1645, gli successe il figlio Bartolomeo, il quale sposò  Isabella Spinelli ed ebbe due figli: Giovanni Fabrizio e Giambattista.

Bartolomeo di Capua morì  il 16 agosto 1691 e gli successe il figlio Giambattista, Conte d’Altavilla  e Principe di Riccia, il quale conseguì pure il titolo di duca di Mignano. Nel 1698 acquistò pure Venafro per 100.000 ducati.

Giambattista di Capua fu uomo di scarsa moralità e di non molte virtù, dedito al vizio, si circondava anche di personaggi poco raccomandabili, fu accusato di essere mandante di un atroce delittto, tanto da doversi rifugiare , nel 1700,  nel monastero dei PP. Crociferi  a Porta S. Gnnaro, dove per diritto d’asilo non poteva  essere arrestato. Dopo tanto rocambolare riparò presso la corte di Vienna.

Tornato nel Reame con le armi austriache riprese il suo feudo, la moglie duchessa  Antonia Caracciolo dovette richiedere  al Consiglio Collaterale  il permesso di vendere alcuni beni feudali per pagare i suoi debiti. Giambattista di Capua morì  nel 1732 e a lui successe il figlio Bartolomeo per Riccia e Scipione per  Venafro.

Bartolomeo, che era premorto al padre  nel 1715, lasciò erede il figlio Bartolomeo avuto con la moglie Anna Cattaneo, con il nome di Bartolomeo VI di Capua., il quale sposò Costanza Gaetani nel 1731, lasciò la disposizione che i beni burgensatici andassero a Francesco Vincenzo Sanseverino  Conte di Saponara, figlio secondogenito  del principe di Bisignano e di Lucrezia Capece Galeota con l’obbligo d’inquartare le armi dei di Capua e di assumere il cognome di Capua Sanseverino.

Bartolomeo morì nel 1792 e con lui si estinse la nobilissima famiglia, e Riccia fu devoluta al Demanio e non più data in feudo in virtù anche della successiva legge del 1806 per l’eversione della feudalità.

C’è da aggiungere alle notizie storiche fin qui riportate che  nel suo agro  erano presenti altri feudi: S.Maurizio, appartenente a Ferdinando IV di Borbone, quale proprietà sua privata, in quanto devoluta  alla Real Corona nel 1792, apprezzato dal tavolario Broggia e Ing. Carli  con ricognizione del  3 dicembre  1803, pervenendo all’apprezzo dei beni  burgensatici e feudali di Riccia per assegnarli al card. Ruffo, che amministrava  per conto delle RR. Munificenze.

Sopravvenuta la legge per l’abolizione della feudalità  l’università si gravò sia per S. Maurizio che per Bosco Mazzocca per 11000 ducati; istanza accolta l’11 dicembre 1809. Da allora i due feudi  sono possedimenti dei cittadini di Riccia. Qui, nel 1850, fu anche scoperto un cimitero romano, da cui vennero fuori una gran quantità di reperti..

La cronaca locale riferisce pure che  nel 1863  i briganti comandati da Michele Caruso e da Titta Varanelli ammazzano i contadini  Michele Di Domenico, Domenicantonio Moffa e Giuseppe Ciccaglione e, pochi giorni dopo, Caruso torna nella masseria del povero trucidato  Giuseppe Ciccaglione e ne rapisce la figlia Filomena,  sfogando  i suoi istinti bestiali, per poi trattenerla con sé come amante. La povera donna, finse di amarlo, covando in sé la propria vendetta

Vendetta che arrivò puntualmente, quando Filomena segnalò il nascondiglio alla polizia che sorprese il Caruso nelle campagne di Molinara, ammanettandolo e trascinandolo in Benevento, dove dopo sommario processo fu fucilato. Filomena si spense a Riccia  il 31 gennaio 1866,come riferisce il Masciotta, mentre l’Amorosa dice essersi spenta il 31 maggio 1866, non aveva ancora compiuto 22 anni. ( Aggiungo che da ricerche da me effettuate all’Archivio di Stato di Campobasso per le annate 1866 e 1867 non risulta né  su Riccia, né su Campobasso.) 

 

Notizie ecclesiastiche: Riccia è stata da sempre dipendente della archidiocesi di Benevento fino al 1983, quando in virtù del decreto della S. Congregazione  per i Vescovi n° 122 del 21 gennaio passarono alla diocesi di Bojano-Campobasso; comprende una sola parrocchia  sotto il titolo di S.Maria Assunta . Il patrono del comune è S. Agostino e compatrono è S. Vitale  martire.

Le chiese sono:

S. Maria Assunta: di antichissima fondazione, ha un portale con arco acuto;  elevata a parrocchiale collegiata , ampliata nel XVIII sec con l’aggiunta di una navata e riaperta nel 1765. All’interno   una tavola di grande prestigio raffigurante Madonna  circondata dagli apostoli di Silvestro del Buono e l’urna con le reliquie di S. Vitale, il quadro di Stefano Corumano raffigurante la Madonna con il Bambino e poi statue ed affreschi.

SS. Annunziata: ad una sola navata fondata nel  XIV secolo ed è sede della confraternita omonima. All’interno un dipinto rinascimentale di ottima fattura.

S. Immacolata Concezione: annessa al Convento dei PP. Cappuccini, è stata restaurata ed il portale rifatto in stile romanico con lunette contenenti mosaici dell’artista Ettore Marinelli raffiguranti la Vergine Immacolata sovrastata dallo Spirito Santo e, all’ingresso, l’altare maggiore in legno, opera  di Bernardino da Montone oltre a statue ed affreschi.

S. Maria delle Grazie: sorge nel Piano della Corte, presso il castello dei di Capua e contiene le spoglie della nobile famiglia ed anche quelle della sfortunata regina Costanza, tanto cara ai riccesi. Edificata intorno al 1500 con portale di ordine dorico,  ad una navata divisa da un arco, cotiene altari marmorei, e statue.

S. Maria del Suffragio: edificata nel XVIII secolo, deperita, riparata ed ancora deperita, venne restaurata  e riaperta al culto nel 1899 ed è sede della Congrega della Carità.

S. Maria del Carmine:  annessa all’antico convento dei PP. Carmelitani, nell’interno del chiostro è murata una targa con impressa la data 1601, che deve essere la data di un restauro giacché il convento è più antico, risalente al XIV secolo..

Ha pianta ottagonale un bellissimo altare e molto ben arredata.

Nomi illustri:

Luigi Ciccaglione,  nato a Riccia il 22 agosto  1804, da Pasquale, medico. e da Maria Mastroianni, dopo gli studi giuridici  intraprese la carriera giudiziaria, che fu molto brillante,  rivestendo anche incarichi di presidente di tribunale, concluse la sua carriera a Lecce, dove fu Presidente di Corte d’Appello. Ilò Ciccaglione lo ricordiamo per aver dato alle stampe “ Sunto storico topografico d’Italia dalle origini al 1860”  e “ Cenno  delle Rivoluzioni d’Italia dal 1799 al 1860”, una “ Monografia di Riccia”.

Amorosa Berengario Galileo, nato a Riccia il 10 settembre 1865, da Alfonso, insegnante e da Candida Marucci, dopo gli studi medi e superiori, si iscrisse all’ Università di Napoli, dove consegue la laurea in Giurisprudenza. Tornato nel suo paese si dedica all’insegnamento. Nel 1891 vince il concorso  per ispettore scolastico e si trasferisce  a Pieve di Cadore. Dove pubblica “ Cadore, Impressioni liriche.

Si trasferisce  in Abruzzo dove viene destinato prima a Sulmona, poi a Penne, poi a Lanciano, dove pubblica le odi  Abruzzo.

In seguito è Provveditore agli Studi a Catanzaro, a Chieti, a Caserta e di nuovo a Chieti. Scrive libri  di testo per le scuole elementari. Tra le pubblicazioni si segnalano: Rivista  Abruzzese di Scienze Lettere ed Arti (1805) Note storiche  della Cronaca volturnense (1904), Costanza di Chiaromonte, Riccia dal 1792  al 1810. Rassegna di Storia e d’Arte d’Abruzzo e Molise (1925), La tradizionale festa del Corpus Domini a Campobasso (1935). Il 5 maggio 1937 Berengario Amorosa si spense nella sua casa di Roma.

Cima Michele, nato a Riccia il 7 febbraio1884 frequentò gli studi elementari e medi  al suo paese, poi si trasferì a Nicastro per seguire gli studi magistrali. Conseguito il diploma entra all’Accademia Militare di Modena dove consegue il grado di sottotenente. Dopo breve periodo si dimette e torna a Riccia dove svolge la professione di insegnante elementare.

Allo scoppio della Grande Guerra viene richiamato alle armi con il grado di tenente; fatto prigioniero è  rinchiuso in un campo di concentramento in Ungheria. Decorato al Valor Militare. Rimpatriato riprende la sua attività di insegnante. Fine poeta pubblica  Trascurze d’anemale, (1927)  in dialetto riccese. Nel 1928 pubblica Spine e  sciure e Frunne  spèrte, opera incompiuta, essendo sopraggiunta la morte a soli 48 anni il 7 febbraio 1932.

Della sua poesia  hanno largamente parlato don Salvatore Moffa, critico dell’Osservatore Romano e il Prof Sebastiano Martelli. Interessantissime le sue poesie dal campo di prigionia in Ungheria.

Il Cima è considerato uno dei maggiori poeti dialettali del nostro Molise e i suoi versi sono entrati anche in alcune delle più belle canzoni dialettali del cantautore Aldo Ricciardi.

Altro:  Il castello di Capua, costruito dagli angioini nel XIII secolo, fu abitato dalla regina Costanza di Chiaromonte, ampliato e fortificato da Bartolomeo III, all’interno sorgeva un bellissimo torrione merlato armato di cannoniera, di esso restano le parti murarie, Del palazzo resta ben poco, le torri e parte degli appartamenti, il resto è andato distrutto dopo la sommossa popolare del 1799.

Riccia è il paese delle belle feste e tradizioni.

La festa dell’uva con la sfilata dei carri è una delle più belle. Si festeggia in allegria e si assaggiano bocconi prelibati e vini ottimi.

La festa di S. Giuseppe con la tavolata delle 13 portate e la Sagra del calzone, specialità con pasta frolla e ripieno di amalgama di miele, purea di ceci ed aromi vari, di cui Riccia ha ottenuto l’OGP.

La festa del Carmine con grande affluenza  di pubblico.

 Una visita a Bosco Mazzocca, dove c’è un’area attrezzata per picnic.

Della gastronomia dobbiamo aggiungere i latticini, i funghi, i salumi e i dolci, i legumi.

La ristorazione è ottima.

  

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