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Ora veniamo ai momenti salienti del culto.

Da quanto, seppur brevemente, accennato, emergono alcuni tratti restati alla devozione popolare: Innanzi tutto il lavoratore, l’artigiano, che trova nel lavoro una ragione di vita; l’onestà perché lui ha vissuto sempre del proprio lavoro e non ha voluto mai vivere del lavoro degli altri. Questo è uno dei motivi per cui Pio XII, nel 1955 istituì la festa di san Giuseppe artigiano il 1° maggio, in coincidenza ( o in concorrenza? ) con la festa universale dedicata al lavoro e ai lavoratori.
Quindi abbiamo San Giuseppe Patrono dei falegnami, dei lavoratori,degli Economi e dei Procuratori legali.
Poi il modo fiducioso in cui il cristiano vive l’esperienza della morte: una esperienza di paura, in certi momenti anche di angoscia e terrore, ma mai di disperazione per la fiducia nella misericordia del Signore. Anche per questo, forse, è venerato come patrono della buona morte e al suo nome ( oltre a quello di S. Sebastiano e San Rocco che proteggono dalla peste e dalle epidemie) si riconducono alle moltissime Confraternite della Buona Morte, nate per assistere i morenti.
Quindi San Giuseppe è anche Patrono dei Moribondi.
Infine, la disponibilità ad aiutare gli altri: fornendo loro cibo e quant’altro occorre, poiché è scritto sempre nella sua storia:” Chiunque nella tua memoria e del tuo nome, avrà dato cibo ai miseri, ai poveri, alle vedove e agli orfani faticando con le sue mani, per tutti i giorni della sua vita non sarà privo di beni… -ed ancora- Chiunque in tuo nome avrà dato da bere un bicchiere di acqua o di vino a una vedova,ecc. ecc. io lo affiderò a te affinché tu faccia ingresso con lui nel banchetto dei mille anni”.
E questa è la fonte della istituzione del rito della tavola di San Giuseppe, largamente celebrata in Molise e nel resto d’Italia ( dalla Sicilia al Veneto).
Riti dello Sposalizio e del Manto e della Tavola
Un po’ di date. -    I primi a celebrare la festa il 19 marzo furono i monaci benedettini (anno 1030 ), seguiti dai Servi di Maria ( anno 1324) e dai Francescani ( anno 1399 ).
Venne infine promossa dai papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da papa Gregorio VI.
In Canton Ticino e in tutta la Svizzera e in Spagna questo giorno è considerato festivo a tutti gli effetti. In Italia, dopo la soppressione di alcune feste e solennità, sono giacenti in Parlamento, da alcuni anni, proposte di legge per il ripristino della festività.
In molti paesi, specie una volta, i festeggiamenti in onore del Santo iniziano il 23 gennaio, che è il giorno dello Sposalizio del Santo.
Questa festa iniziata in Francia nel 1517 è stata introdotta anche da noi ad opera dei Francescani con San Gaspare Bertoni nel 1537 , appunto il 23 gennaio.
Una volta, nel giorno dello Sposalizio, era previsto lo svolgimento di una festa popolare vera e propria, con tanto di processione, banda e fuochi d’artificio ( S. Martino in P. 1870/1880) ( Doganieri – Storia di San Martino).
Per l’occasione nelle case dei cittadini più devoti venivano allestiti altarini, a capo dei quali era esposto il quadro con l’effigie di S. Giuseppe e la Madonna; si preparavano dei caratteristici dolci, come quelli che tradizionalmente si costumavano ai matrimoni e veniva distribuito il pane benedetto come avveniva ed avviene per S.Antonio, Santa Elisabetta, S. Rocco e S. Nicola.
Dal 21 al 23 gennaio, nelle stesse case veniva recitato il Rosario e il cosiddetto “ Manto di San Giuseppe”, un particolare omaggio che consiste nella recitazione di una serie di preghiere, dell’Inno a S. Giuseppe e di altri canti religiosi. Infine venivano offerti i dolci e il pane, come poc’anzi detto.
Il Manto doveva essere ripetuto per 30 giorni di seguito, tanti quanti erano stati gli anni vissuti dal Santo in compagnia di Gesù.
In molte comunità questa festa è scomparsa.
Particolarmente viva e sentita resta la festa vera e propria del 19 marzo, che contempla, in molti paesi, la benedizione e la distribuzione del pane, l’allestimento e la visita degli Altarini, il pranzo della Sacra Famiglia.
Festa animata da un profondo sentimento religioso, che anima tutti i preparativi per la festa con la recita del Rosario e del Manto, la celebrazione della Messa e un desiderio di rinnovamento nell’accostarsi ai sacramenti della Confessione e della Comunione. Così la festa diventa non solo occasione dello stare insieme, ma anche mezzo per riflettere sulla vita del Santo e sul significato della manifestazione.
Dal 10 marzo inizia la novena di san Giuseppe, fino alla vigilia del 19.
E già da allora iniziano i preparativi per l’allestimento degli Altarini. Si prepara il pane per fare la mollica per il condimento della pasta, il riempimento per i calzoni e, laddove si usano le “screppelle” o “ sfringi”, si incominciano a preparare anche queste leccornie.
Dalla vigilia e fino a tutto il 19 marzo si visitano gli Altarini. La sera della vigilia vengono benedetti gli altarini e tutte le vivande, ancora crude, e messe in bella mostra su una tovaglia bianca, che serviranno per il pranzo.
Tutte le persone che andranno a visitare gli altarini salutano “ Gesù e Maria” e i presenti rispondono “ Gè sempre”, ossia “ Gesù sempre “ o come altri interpretano “ oggi e sempre”. A tutti viene offerto il calzone o/e le “screppelle” o “ sfringi”.
Infine, sul tardi, quando tutti i visitatori si sono ritirati, familiari ed amici si raccolgono in preghiera, recitano il Rosario e i canti, accompagnati anche dal suono di strumenti o della fisarmonica ed infine cantano l’Inno a San Giuseppe.
L’Inno è composto di 28 versi ottonari, distribuiti in sette quartine, è molto bello e riassume tutti gli attributi che la tradizione attribuisce al Santo, che non a caso, dal 1870 è Patrono della chiesa universale .
( Ascoltiamo ora, da Mario De Lisio alcune preghiere e canti che la tradizione vuole in onore di San Giuseppe e poi diremo ancora qualcosa sulla tavola)
Diciamo ancora qualcosa sulla Tavola di San Giuseppe.

Il pranzo, nei decenni passati, poteva essere di “magro” o di “carne”, nel dialetto nostro, molisano, “scampërë o campërë; in un caso o nell’altro i piatti principi erano e sono i legumi ( fagioli, fave e ceci)  conditi con l’ottimo olio di oliva molisano e cotti nella famosa “ pignata” di terracotta. Poi si distribuiscono sottoli o sottaceti ( carciofi, asparagi, ed altre composte accompagnate con uova soda  e bocconcini di fiordilatte),poi il riso con il latte, pasta con le alici o con il tonno o con il baccalà, pasta con la mollica; poi baccalà fritto, polpette di tonno  e fritti vari con la pastella (cavolfiore, zucchine, fette di peperone ecc.)e laddove il pranzo era di carne (in  alcuni paesi del basso Molise) al posto del pesce si preparavano pietanze a base di carne. Ma già da anni, non si ha più notizia di questo tipo di pranzo, come non si ha più notizia dei pranzi di 19 portate ( Castellino del Biferno e S.Martino in Pensilis) a meno che le portate non contenessero una sola varietà di ciacun manicaretto di verdure di contorno, nel qual caso potremmo dire che oggi  nel complesso  le varietà sono aumentate; in San Martino in P. ho prova che fino alla prima metà del XX° secolo alcune famiglie offrivano il pranzo con alcune pietanze a base di carne.

Oggi, dappertutto si servono 13 portate e tutte di magro. Oltre a quelle già nominate si distribuiscono frittelle di cavolfiore, finocchi mollicati ed altre verdure condite nei modi più svariati. Tra gli antipasti, una volta, grande considerazione aveva la fellata di arance, detti “ portogalli “ o “ cetranguele “, conditi con sale e olio. 

Infine  frutta secca ( mandorle, noci, fichi secchi) e i dolci: il famoso Agrodolce contenente mandorle, i famosi calzoni ripieni di pasta di ceci; mi risulta che a Castellino tra i dolci fanno anche i caragnoli, che altrove costumano a Natale; in alcuni paesi non mancano i sfringi o scruppelle ( pasta fritta in olio d’oliva e  cosparsa di zucchero ); il  tutto accompagnato con ottimo vino, da bere in quantità  moderata.

         Principi della Tavola sono: S. Giuseppe, la Madonna e il Bambino, scelti tra i poveri. In alcune località la sacra famiglia è formata dalla Vecchia, dal Vecchio e dall’Angelo.

Le pietanze vanno preparate in ginocchio e durante la preparazione si prega;  le portate vanno servite a piedi nudi, in silenzio.

Ogni membro della Sacra Famiglia, al termine, riceve tutto ciò che è avanzato dal pranzo e una pagnotta di pane benedetto.

         In alcuni paesi, Castelbottaccio, Riccia, Guardialfiera al termine del pranzo, dopo che la Sacra Famiglia è uscita dalla sala, si ricevono amici e conoscenti e si offrono alcune portate tipiche del pranzo.

         Ancora una curiosità: forse non tutti sanno che l’amatissimo Beato papa Giovanni XXIII aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, ma fu sconsigliato per tenere i nomi della Sacra famiglia, fuori della tradizione papale.

         In molte località si usa fare i fuochi di San Giuseppe, i quali sono storicamente più antichi della Tavola.  Di questi se ne potrebbe parlare con una manifestazione appropriata in occasione del Natale o di Sant’Antonio abate.

          

         
Ugo D’Ugo

Elenco delle pietanze che si costumano a Riccia:

Giardiniera con olive, uova sode e fior di latte;

Polpettine di tonno con verdure in pastella fritte;

Pasta con la mollica;

Pasta con sugo di pomodoro oppure con sugo di baccalà, o di tonno o di alici;

baccalà fritto con peperoni ripieni;

 alici fritte e verdure condite o in pastella;

 mandorle in agrodolce o con vino cotto;

tarallo semidolce che si usa bagnare nel vino;

 zuppa di fagioli condita con olio extravergine d’oliva;

zuppa di lenticchie con olio extravergine d’oliva:

zuppa di ceci con olio extravergine d’oliva;

polpette di pane e baccalà;

baccalà mollicato al forno;

cime di rapa stufate o condite con olio crudo, accostate in qualche portata;

riso con il latte;

calzone ripieno con pasta di ceci (quello tipico di Riccia con pasta sfoglia );

torta con pan di spagna e crema.

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