Categoria: Molise in pillole
Pubblicato: Martedì, 02 Giugno 2020
Scritto da ugo
SAN MARTINO IN PENSILIS (CB) m 281 s.l.m.
Pop.: 4710 nel 2019; Sup. Kmq 100,46; Dens.47. Patrono: San Leo.
Popolazione negli anni:fuochi: 166 nel 1532; 253 nel 1545; 292 nel 1561; 215 nel 1595; 215 nel 1648; 110 nel 1669; abitanti:1500 nel 1730; 1500 nel 1795; 2642 nel 1835; 3966 nel 1861; 4320 nel 1881; 4862 nel 1901; 5031 nel 1911; 4726 nel 1921;5122 nel 1931; 5442 nel 1936; 6195 nel 1951 5052 nel 1961 4433 nel 1971 4632 nel 1981 4762 nel 1991 4824 nel 2001 4797 nel 2011 4715 nel 2018.
Origine e storia:Il nome deriva da una chiesa attorno alla quale si sviluppò il primo nucleo abitato e solo successivamente fu aggiunto il suffisso “in Pensilis” per distinguerlo da altri paesi omonimi, sottolineando la sua posizione elevata rispetto alla valle verso il fiume Biferno.
La dicitura iin Pensilis risulta usata già nel XIII secolo, per denotare la sua posizione topografica.
Ma, con delibera del 23 maggio 1863 del Consiglio Comunale, riconosciuta dal Governo con R.D. 26 luglio 1863 , il Comune venne autorizzato a far seguire il nome con la dicitura “in Pensilis”.
Durante il periodo longobardo S. Martino fece parte del Ducato di Benevento, e fece parte della contea di Termoli; mentre nel periodo normanno appartenne alla Contea di Loritello (attuale Rotello), in questo periodo il Conte Roberto di Loritello nel 1095, recatosi a Montecassino in visita penitenziale, fece dono dei possedimenti di S. Martino alla Badia di Montecassino, per cui divenne feudo ecclesiastico.
Alla morte di Roberto di Bassavilla, la contea di Loritello cessò di esistere e S. Martino tornò al Demanio.
Nel Catalogo Borrelliano S.Martino e nominata quale feudo di Amerius de S.Martino che tiene feudo di due militi.
Nel 1381 S. Martino è pertinente alla regina Margherita , consorte di Re Carlo di Durazzo, la quale vendette S. Martino a Ugolino degli Orsini.
Dopo il 1400 fu assegnata a Giovanna di Durazzo,( futura regina Giovanna II ), che tenne S. Martino insieme a Guglionesi, fino al 1495.
Nel 1495 ai tempi di Re Ferante II, S. Martino, unitamente a Guglionesi, fu assegnata a Andrea di Capua, duca di Termoli.come utilista e fu pure conte di Montagano e Conte di Campobasso, per i servizi svolti per la casa durazziana, anche in considerazione che Giovanni di Capua, fratello di Andrea, salvò la vita del Re, con un gesto eroico, frapponendosi tra il Re e l’avversario.
Andrea di Capua morì, contagiato dalla peste, nel gennaio del 1512, nei pressi di Civita Castellana, mentre si recava per assumere il Comando di Capitano Generale delle truppe pontificie.
A Lui successe il figlio Ferrante , nato dal matrimonio con Maria d’Ajerbo d’Aragona, ed ebbe in moglie Antonicca del Balzo, sorella di Raimondo e Berardino signori di Giovinazzo e Molfetta, i quali, premorti alla sorella, lasciarono erede questa con il titolo principesco.
Ferrante di Capua e Antonicca del Balzo, ebbero due figlie: Isabella e Maria.
Alla morte di Ferrante , nel 1523, la figlia Isabella ereditò i feudi di Melfi e Giovinazzo, con il titolo di Principessa; lei, contravvenendo ai desideri paterni, sposò Ferrante Gonzaga; mentre Maria sposò lo zio Vincenzo di Capua e tenne i feudi di Termoli, Guglionesi, S. Martino, Campomarino S. Giuliano di Puglia, Matrice, Campodipietra Gambatesa ed altri con il titolo ducale.
Maria di Capua morì nel 1556, dopo sei anni di vedovanza, lasciando i figli: Cassandra, sposa di Ferdinando Gaetani signore di Piedimonte, e i figli Ferrante (juniore) e Annibale, Arcivescovo di Napoli.
Il duca Ferrante juniore fu successore alla madre nel 1556.
Nel 1566 il duca Ferrante vendette S. Martino per 20.000 ducati al banchiere Citarelli, con patto di retrovendita, patto che fu riscattato dalla figlia Giulia, qualche anno dopo.
Ferrante juniore sposò Vittoria Sanseverino, figlia del Principe di Bisignano,, da cui ebbe due figli, Pietrantonio e Andrea.
A lui successe Pietrantonio che sposò Berardina della Tolfa dei segnori di Putignano. A lui successe la figlia Giulia di Capua che sposò uno della famiglia del Balzo. Giulia morì nel 1657.
A lei successe il duca Antonio Francesco di Capua del Balzo che morì nel 1686. Suo successore fu il figlio primogenito Andrea che morì nel 1697, lasciando erede donna Ippolita Pignatelli, figlia di una sua sorella., la quale sposò Vincenzo di Capua.
Vincenzo di Capua morì a Riccia il 14 dicembre 1702 e venne sepolto in S. Martino in Pensilis nella Chiesa del Convento di Gesù e Maria. La duchessa morì nel 1713. Erede universale fu la figlia Isabella che sposò Luigi di Capua della casa di Riccia.
Costei stabilì che in caso di morte del figlio, Termoli e S. Martino passassero in eredità al marito Luigi, per un credito che costui aveva per 150.000 ducati.
La famiglia di Capua del Balzo tennero in feudo S. Martino fino alla eversione della feudalità
Ex feudi:
Castelletto,a Nord-Est del bosco Saccione, dove in tempi lontani sorgeva un casale , in prossimità del Tratturo di Centurelle.
Casalfono o Lichiano, co0ntrada a confine con Vallone della Sapestra, con Saccione, con Tratturo da Ururi a Serracapriola, “Casale Chiano” detto anche “Lichiano” dove sorgeva un villaggio . Esso fu feudo abitato nei secoli XII e XIII, poi fu abbandonato dagli abitanti; ebbe per titolari i Boccapianola e poi i di Capua. Nei documenti talora è chiamato “Casalfono”.
Pontoni, detto pure “Pontone di S. Pietro” , è ubicato tra l’ex feudo di S. Benedetto dell’agro di Ururi e il Vallone di Reale, è esteso per circa 1500 versure, di proprietà dei Cattaneo.
Nel 1833 il comune di Ururi promosse una causa contro i Cattaneo per rivendicarne il possesso, ma il Tribunale Civile del Molise con sentenza del 16 dicembre 1835 rigettò la domanda del Comune, il quale ricorse in appello presso la Corte di Napoli.
Furono nominati i periti nelle persone degli ingegneri Bonucci, Minervino e Coccida, i quali, con relazione del 30 aprile 1841, stabilirono che i Pontoni non erano compresi nella donazione dell’anno 1075, né avevano fatto parte dell’agro di Ururi e che erano sempre appartenuti all’agro di S. Martino in Pensilis. Non fu altro grado di giudizio, per cui tutto restò come prima.
Nel 1891 il Comune di Ururi tornò all’assalto, questa volta contro il Principe Giovanni Andrea Doria del Carretto, citandolo in giudizio davanti al Tribunale Civile di Larino, che con sentenza del 4 agosto 1894 respinse tutte le richieste del Comune.
Altre notizie di interesse storico: Nel 1566 S. Martino fu attaccata dai Turchi sbarcati a Termoli e cacciati da Guglionesi, ma dovettero fuggire anche da S. Martino , che si difese con vigore.
Il 2 ottobre 1943 gli alleati entrarono a S. Martino.
Notizie ecclesiastiche: S Martino è pertinenza della diocesi di Larino fin dagli inizi e aveva tre parrocchie; poi, con il Sinodo del 1642 il vescovo Mons. Caracci ne soppresse due, riunendole in quella di S. Pietro apostolo; il patrono del paese è S. Leone o S. Leo.
Le chiese sono:
S. Petro apostolo, di antichissima fondazione, XIII secolo,fu distrutta e ricostruita e subì un primo importante restauro nel XVIII secolo, in occasione della traslazione delle spoglie di S. Leo, il 2 maggio 1722.
L’edificio è a una sola nave e misura m 38 di lunghezza, m 12 di larghezza, m 16 d’altezza; nella facciata che dà sulla piazza è murata una lastra di marmo che riporta un epitaffio d’epoca romana.
Nella notte tra il 19 e il 20 marzo 1893 un fulmine la incendiò , provocando molti danni agli arredi e agli oggetti preziosi , tra cui una bella tela di Niccolò Melanconico raffigurante la “Vergine adorata dai protettori locali”.
Nel 1728 Mons Tria la elevò in Collegiata insigne, con dodici canonici aventi le insegne della cappa e della mozzetta.. Altro restauro fu eseguito nel 1998.
All’interno un bell’altare maggiore e sei altari distribuiti lungo le pareti laterali.
La volta presenta pitture eseguite dal pittore locale Vincenzo Palombo, nel 1947.
L’organo a canne, datato e il Coro completano l’arredo.
S.Martino, detta pure chiesa del Purgatorio o di S. Giuseppe ed è la più antica del luogo, risalendo al XII secolo. Nel 1410 fu restaurata e munita di campanile; in seguito i lavori furono sospesi perché andavano a rilento, per cui furono riaperti nel 1728, utilizzando il materiale di risulta dalla demolizione della chiesa di S. Maria in Pensili e S. Giuseppe. Fu riaperta al culto nel 1734 e nel 1909 ebbe un altro restauro con sostituzione del pavimento e decorazioni delle pareti. Qui ha sede la Confraternita del Monte dei Morti, la cui fondazione risale al XVIII secolo.
Essa è a tre navate e presenta delle pitture sulla volta, eseguite dal sammarinese Vincenzo Palombo, eseguite nel 1915. Tra gli arredi c’è l’organo.
S. Maria in Pensili, (per memoria): risalente alla fine del XI o inizi XII secolo, fu parrocchiale, ma sospesa come già detto dal Vescovo Caracci. L’altare Maggiore era dedicato al Santo patrono S. Leo e sotto c’era la Catacomba con le Sacre Spoglie di S. Leo, ivi conservate fino al 1728. Attualmente è adibita a Centro sociale.
S. Maria delle Grazie, edificata nel XVIII secolo fuori le mura, attualmente annessa al Cimitero; a una sola nave, fuori dell’abitato.
Gesù e Maria,a un chilometro dal paese, verso Ururi, constava di una sola nave ed era coeva del Convento fondato nel 1490 dai Frati Minori Osservanti, tramutato, nel 1782, in Ritiro della stessa regola, ad iniziativa di P. Giuseppe da Macchia ( grande predicatore, suo malgrado coinvolto nelle vicende di Casacalenda ad opera dei sanfedisti, nel 1799 ). Sopravvisse alle soppressioni del 1809, ma non sfuggì a quella del 1867. Fu poi abitato dai Celestini e abbandonata di nuovo prima della seconda guerra mondiale.
Il Convento cadde in rovina, quasi abbattuto completamente, se non che , tra il 1995 e il 1998, la Sovrintendenza ai Beni Archeologici del Molise ha iniziato alcuni lavori di recupero o ricostruzione.
Nota:S. Martino, una volta, aveva moltissime chiese e cappelle che oggi non esistono più, di queste lo storico locale Domenico Lanese ne ricorda ben 19 e molte sono anche ricordate dal Masciotta.
Personaggi, note biografiche:
Leone Belpulsi,.(S.Martino in P. 2/5/1723- Napoli 27/1/1798). Arciprete di S. Martino, frequentatore del salotto della Baronessa Olimpia Frangipane, sospettato di giacobinismo per le sue idee patriottiche e per i suoi sermoni a difesa delle condizioni di vita dei suoi fedeli, fu arrestato e condotto in Napoli, dove venne incarcerato in quel di S.Elmo, nonostante la sua venerabile età. Qui mori di stenti.
Antonio Belpulsi, ( S.Martino in P. 19.02.1760- Francia Parigi 1803?))- nipote di Leone, non si conosce la data e il luogo preciso della sua morte. Dopo gli studi liceali presso il Seminario vescovile di Larino, Antoniol Belpulsi seguì la sua inclinazione per le scienze e in particolare per la matematica. Frequentò insieme allo zio il salotto della Frangipane e, appena saputo dell’arresto dello zio, temendone egli pure l’arresto, esulò in Francia e si arruolò nell’esercito francese.
Nel 1796 è ufficiale e partecipa alla campagna d’Italia, come primo aiutante del primo Console.
In seguito fu nominato Comandante della Legione Sannitica, della quale fece parte Gabriele Pepe.
Inviato a in Calabria per contrastare le truppe del cardinale Ruffo.
Dopo la restaurazione, il Belpulsi, secondo alcuni pare fosse stato arrestato e tradotto in Sant’Elmo, secondo altri il Belpulsi si fosse salvato e avrebbe raggiunto Parigi; questa pare sia la versione più veritiera, poiché un giorno pare si fosse presentato presso la casa dei genitori in S. Martino un drappello di dragoni provenienti da Campobasso e comandati da un capitano, il quale chiese del Colonnello Antonio Belpulsi perché fosse tratto in arresto.
Belpulsi era riuscito a raggiungere la Francia e nel 1802 era nelle file dell’esercito e questo risulta da un rapporto del duca Gallo, ambasciatore della Corte di Napoli a Parigi, che riferiva al ministro Acton, il 2 ottobre 1802. Con questo rapporto il duca metteva in guardia il ministro che il Belpulsi stesse per organizzare una spedizione per occupare Lucera e Foggia e muovere verso Napoli, con l’aiuto dell’Inghilterra che avrebbe dovuto fornirgli uomini e armi. Di questo piano era compartecipe il principe Moliterno, esule pure lui a Parigi.
Ma infine di lui non si seppe più nulla.
Domenico Sassi, (S.Martino in P. 1872- 1928) medico e poeta, autore della Carrese di S. Martino in P. e di altre poesie e canti dialettali. Per chi voglia saperne di più, rimando al mio sito, all’indirizzo di seguito, su quanto detto sul poeta dal Prof. Michele Mancini:
Elena Sassi, nata a S. Martino il 27 marzo 1939, dopo aver frequentato le scuole elementari nel paese natale, si trasferisce a Napoli dove continua il percorso scolastico ginnasiale e liceale. Dopo la maturità si iscrive alla facoltà di Fisica dell’Università “Federico II”, laureandosi a pieni voti e con lode.
Si dedica all’insegnamento presso la stessa università come assistente e ricercatrice, poi come professore incaricato, libero docente e infine come professore associato in Fisica presso il Dipartimento di Scienze Fisiche della Facoltà di Scienze mMatematiche , Fisiche e Naturali.
Per circa vent’anni si dedica alla ricerca sperimentale delle Particelle Elementari presso il Centro Europeo di Ricerche Nucleari ( CERN ), occupandosi in particolare di rivelatori di particelle e analisi dati. Si occupa pure della fissione e frammentazione di nuclei pesanti ( Torio, Uranio).
Dal 1970 ha dato il suo contributo, occupandosi di esperimenti con l’anello di accumulazione elettrone-positrone dei LNF, che portarono alla scoperta della J/psi.
Negli anni ’80 si occupa della Didattica Fisica e della formazione universitaria presso il Dipartimento di Scienze Fisiche , coordinando il gruppo di ricerca “Didattica della Fisica e Information Communication Technology (DF/TCY)”.
Partecipa a numerosi gruppi di studio e di ricerca in Europa e in USA e si è occupata anche di formazione scientifica nei paesi in via di sviluppo.
Moltissimi sono i suoi contributi pubblicati su riviste scientifiche in Italia e nel Mondo.
Elena Sassi, si spegne in Genova il 1° ottobre 1913.
Michele Mancini. (-) nato a S.Martino in Pensilis il 19 febbraio 1942, dopo aver appreso i primi rudimenti frequentando le scuole del paese, conseguì la licenza liceale e si iscrisse alla facoltà di Lettere presso l’ateneo romano “La Sapienza”.
Tornato al proprio paese dedicò il resto della sua vita all’insegnamento, partecipando attivamente anche alla vita sociale, politica e culturale del paese proprio e non solo; fu Sindaco amatissimo di S. Martino, Consigliere provinciale, Vice Presidente del Consiglio Prov.le di Campobasso, Presidente della Società Operaia di S. Martino, lasciando dietro di sé una scia di affetti, di apprezzamenti, di stima per intelligenza dimostrata, competenza, umanità. Fu innanzitutto un uomo umile; Lui, colto com’era, giacché la sua cultura non si fermava a quella, già abbastanza vasta della sua professione, ma sconfinava in tutte le discipline dello scibile umano, dando prova di competenza su tutte le questioni che gli prospettavano. Da Sindaco si mostrava sempre pronto ad ascoltare gli altri, mostrandosi sempre garbato e gentile anche con chi talvolta non lo meritasse.
Michele Mancini, non rifiutava mai a chi glielo chiedesse la sua collaborazione; instancabile trovava il suo relax, dedicandosi ai lavori del campicello lasciatogli dal genitore, e lì trovava ristoro, corroborando le sue forze.
Amante della famiglia, fu amato parimenti dai due figli, bravi professionisti anch’essi, e dalla moglie.
Per il paese ha fatto tutto. Ha organizzato simposi, conferenze, spettacoli.
E proprio mentre si accingeva a chiudere la più grande manifestazione per i festeggiamenti del Santo Protettore del paese, si sentì male per il soverchio lavoro che da alcuni giorni s’era sobbarcato, crollò e fu costretto al ricovero di urgenza presso l’Ospedale S. Spirito di Pescara, dove spirò il giorno 13 agosto 2012, dopo circa due mesi di sofferenza.
Michele Mancini ci ha lasciato queste opere: “ La primavera e il carro “ Palladino Editore, Campobasso 2002, contributo alla conoscenza di un’antica tradizione mediterranea; Tra cielo e terra “ Palladino Editore, Campobasso 2005, aspetti della religiosità popolare tra passato e presente in S. Martino in P. e dintorni; “La soceità operaia di S. martino in P. nel contesto della realtà locale e regionale, Palladino Editore 2009.
Domenico Lanese, nato a S. Martino in Pensilis il 23 novembre 1931, entrato fin da ragazzo al servizio del Comune di S. Martino,dopo essere rimasto orfano, si è appassionato alle vicende del paese, divenendo la memoria storica dello stesso.
Conseguì la licenza media da privatista a Larino. Appassionato di storia, delle tradizioni e del dialetto locale, egli, negli anni, ha scritto una vera enciclopedia di tutto ciò che riguarda il suo paese. Opera colossale che non è potuta essere edita per gli ingenti costi.
Nel 2015, però, grazie alle pressioni dell’Associazione Lagrandeonda e, in particolare della Presidente Giovanna Di Bello, egli ha acconsentito di pubblicare solo il Dizionario “Il dialetto sammarinese del XX secolo”, che ha visto la luce nel 2018, in due volumi di grande pregio.
Il suo Dizionario non si limita solo allo studio del dialetto del proprio paese, ma è anche ricerca che si addentra nella tradizione, alla riscoperta dell’anima popolare dei sammarinesi, recuperando un patrimonio arcaico, frutto della civiltà contadina. All’interno delle sue pagine ricorda indovinelli, scioglilingua, , canzoni, farse, proverbi, note di costume, notizie delle feste e su personaggi tipici del paese e su personaggi importanti che hanno lasciato un segno nella storia locale.
(Personalmente ringrazio Domenico Lanese per avermi fornito molte notizie utili per la stesura di questa scheda).
Altro:
Per chi volesse fare una visita a S. Martino non può non restare incantato dalla bellezza del Centro Storico, ricco di palazzi una volta splendidi, con i bei portali, dove il Palazzo Baronale è ben conservato e al suo interno ancora può mostrare opere di gran pregio artistico e non può mancare una visita alla chiesa di S. Pietro Apostolo, dove riposa il corpo di S. Leo, protettore del Comune.
Le strade larghe che a sera si popolano di gente allegra e ospitale per lo struscio.
Una visita al Convento di Gesù e Maria è d’uopo.
La cucina è ricchissima di piatti tipici del posto, dove non mancano i primi di maccheroni fatti in casa, come i fusilli, i cavatelli, le pantacce, le laganelle, tutte paste condite in vari modi, sono delizia del palato, come pure i cavatelli o i cappelletti , che qui non sono altro che le orecchiette, condite con cime di rapa e pancetta sfritta, ma anche con solo aglio, olio e peperoncino, sono una vera delizia. I maccheroni con la mollica che si costumano, particolarmente a S. Giuseppe, sono una delizia.
Tra le carni, principe della tavola è la “Pampanella”, ormai conosciuta ben oltre i confini della nostra terra, e il “Fegatazzo”, salsiccia di fegato di maiale cotta al forno con la pampanella, vera specialità. Ma non mancano torcinelli, salsicce, capicolli, soppressate, pancette ed altre leccornie.
I vini sono superbi e i dolci pure a cominciare dai taralli ricoperti di zucchero aromatizzato al limone, “i pəccəllatə d’a zitə”, una volta costumati nelle feste di nozze; i biscotti con la ceciata , ripieno di pasta di ceci e mosto cotto; i dolci natalizi come “i cauciunə” (calcioni), riempiti di crema fatta di passato di ceci, cioccolato e amalgamati con miele, quindi fritti e bagnati nel miele; i “scartəllatə”(1), (cartellate) rosette di pasta dolce, fritte e bagnate nel miele e decorate con confettini di zucchero colorato; “i caragnələ” dolci fritti e bagnati nel miele; “i cəciariéllə” tochetti della stessa pasta dei caragnoli, fritti e bagnati nel miele e decorati con confettini di zucchero colorato, che altrove chiamano strufoli; “ i scrəppèllə” bastoncini di pasta di pane fritta in olio extravergine d’oliva e spruzzati di zucchero che si costumano a Natale e a S. Giuseppe e tante altre specialità.
Qui tutto è buono, il paese una volta era il granaio del Molise; ora si coltiva meno grano, ma si coltivano tanti frutti, tanti vigneti, l’olio è speciale e non mancano coltivazioni orticole.
Tra le manifestazioni “La Carrese” che si corre in occasione della festa del Santo Patrono, il 30 aprile, è la più coinvolgente e richiama tanta gente dalle altre parti d’Italia.
(1) per le ricette di queste specialità, consultare questo sito in: La cucina della mamma o della nonna?
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