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FINALMENTE IL MONUMENTO AI CADUTI DEL TIRO A SEGNO….

 

Domenica 3 settembre 2017, dopo tanta attesa, finalmente è stato inaugurato il monumento ai caduti del Tiro a Segno di Campobasso. L’opera dell’artista Angelo Fostinelli, da lui denominata L’Angelo della Resurrezione finalmente è venuta alla luce, dopo che è stata bendata con sacchi di plastica per alcuni anni.

Il fatto che lasciò nello sconcerto tutta la popolazione cittadina e non solo, risale al 21 giugno del 1946. Io ero un bambino di cinque anni e ricordo benissimo il trermendo botto e l’urlo incessante delle sirene dei Vigili del Fuoco e delle ambulanze presenti in città. Il dolore fu immenso. Ecco come lo ricorda in un suo scritto ( pagine 274 e seguenti di Occhi Velati Ed. Il Filo Roma ) mio fratello Leo, che insieme al suo amico Michelino Libertucci, entrambi di dieci anni, accorsero fra i primi sul luogo quasi insieme ai primi Vigili del Fuoco. “ …Noi arrivammo al Tiro a Segno tra i primi, assieme ai Vigili del Fuoco. La zona, come ho detto, distava dalle nostre case circa un chilometro. Il palazzo rosso del Tiro a Segno era saltato in aria; le parti centrali si erano polverizzate. Rimanevano in piedi solo i muri laterali estremi ricoperti da una piccola porzione di tetto. Ci sembrò di essere giunti in un campo di battaglia subito dopo uno scontro cruento. Sopra un angolo di quel lembo di tetto c’era la testa di un uomo che un pompiere cercava di far cadere spingendola giù con una canna. Brandelli di carne umana erano seminati dovunque in tutto lo spazio recintato della scuola.

Si salvarono solo  tre o quattro persone, quelle che si trovavano ancora vicino al portone di cinta…Ricordo un’altra scena raccapricciante: un pompiere aveva raccolto una gamba intatta, che calzava un calzettone tenuto  da una corta giarrettiera e una scarpa nuovissima, e la portava penzoloni col sangue  che ancora colava e, a dieci passi da me, raccolse un braccio che era ancora avvolto nella manica della camicia. I pompieri andavano raccogliendo brandelli di carne umana seminati dovunque e cercavano di ricomporre alla meglio i corpi straziati delle vittime. Ammirai il loro coraggio e il loro senso del dovere…. Quello  fu l’ultimo tributo di sangue che la città offrì  al mostro della guerra…..

I due figli di Carminiello, lo spazzino del nostro rione, persero lì la loro giovane vita. Il padre li avrebbe voluto incontrare anche come fantasmi. Ma questo non è mai accaduto. Carminiello, un uomo magro e longilineo, già con i capelli bianchi, laborioso e  tenace nel lavoro, per questo motivo sembrava essere uscito di senno. Li chiamava per nome e parlava da solo con loro, mentre lavorava. Di tanto in tanto si rivolgeva a noi e ci narrava di quando i suoi figli erano piccoli; ci diceva che li aveva cresciuti con sacrifici, senza l’aiuto di nessuno e senza l’affetto della mamma. Cercava così di sfogare le sue pene facendo conversazione con noi e piangendo senza doversi vergognare delle lecrime.(…) So che sono saltati in aria per guadagnarsi il pane col sudore della fronte, e so  anche che quell’attività fu utile all’intera comunità: senza una bonifica capillare delle campagne non poteva essere riavviata la ripresa economica e civile del paese.”

Come avvenne il disastro?  Devo premettere che il nostro vicino di casa Carlo Greco, sminatore di professione fu salvo perché quel giorno cambiò il turno con un collega, dovendo recarsi con la famiglia fuori per il matrimonio di un parente. Premesso che erano presenti alcuni sminatori e molti degli aspiranti che di lì a qualche ora dovevano sostenere gli esami per il rilascio del brevetto.  Le voci che circolavano, riferivano che il tenente istruttore si era intrattenuto con loro per una ultima lezione su una particolare mina , al termine della lezione si era allontanato  perché chiamato a consumare il pasto. Un gruppo di  allievi si era soffermato a commentare. Uno degli allievi durante la lezione s’era rifiutato di maneggiare questa mina per paura. Un altro, un po’ più saputello, con l’intento di far vedere che non c’era nessun pericolo a maneggiarla, credendo che fosse disinnestata, prese la mina e la scagliò verso il luogo in cui erano stipati gli ordigni, che esplosero per simpatia, poiché le mine depositate erano si disinnescate, ma contenevano ancora l’esplosivo al loro interno. Questo è quanto si diceva. Ora, a distanza di anni, poiché si è riaperto l’interesse a saperne di più su questo avvenimento luttuoso, mi riprometto di fare dovuti approfondimenti. Certamente ci saranno state delle inchieste sia della Magistratura, sia dell’Esercito, e spero di potermi documentare con certezza.

Intanto rendiamo onore ai caduti del Tiro a Segno: D’Addetta Vincenzo, De Rensis Umberto, De Vivo Vittorio, Del Rosso Nicola, Di Lorenzo Ciro, Fino Antonio, Gamberino Nunzio e Gamberino Pasquale, Lombardi Giovanni, Mastropaolo Antonio, Menegotto Arturo e Ettore, Petrilli Rosario, Ruggiero Nicola, Pizzi Giuseppe, Veloce Liberato, Vincelli Vito, Ziccardi Leomardo ( tutti allievi sminatori).

I seguenti sminatori apparivano tra i feriti: Francesco Di Nante, Giustino Giannandrea, Giovanni Maellaro, Luigi Milone, Vincenzo Pietracupa, Luigi Pistacchi, Ettore Reguard Carcas,  Agostino Vitulano. Mentre  questi altri feriti erano allievi e compagni dei caduti  Giuseppe  Fazio,  Luigi Cardelio, Mario Fiammella, Antonio Cucullo, Teodoro Colagrossi,  Michele Parentino, Rodolfo Mignogna, Roberto Ricci,  Nicola De Vivo di Pasquale, Ercole Picone, Alfredo Cretella, Nicola De Vivo di Luigi, Federico Segreto, Angelo Maglieri,  Davide Gentile, Giovanni Iacampo, Nicola Centritto, Michele Martino, Olindo Cocca, Antonio e Crisante Colagrossi, Vincenzo Di Nardo, Armando Di Nunzio, Giuseppe Perrone.   

Tutti uomini di gran fegato, altrimenti non avrebbero scelto un lavoro così pericoloso, ma il destino è stato a loro avverso. Eroi, come si legge nelle righe dell’articolo prima riportato, perché senza della loro opera  avremmo avuto migliaia di morti e feriti a causa non solo delle mine, ma anche delle altre bombe disseminate ovunque sul nostro territorio. Io stesso trovai una bomba a mano sotto il ponte ferroviario che immette su Via delle Frasche e presi a giocare con essa insieme ad alcuni compagni. Ricordo che la palleggiavo mentre mi avvicinavo ai ragazzi più grandi per fargliela vedere. Per fortuna questi, tra cui mio fratello Leo, me la fecero posare a terra; incaricarono una persona adulta che telefonò ai carabinieri, che intervennero con un artificiere che  la prelevò. Poi seppi che ero stato molto fortunato poiché la bomba aveva la spoletta innestata e al minimo urto avrebbe potuto esplodere. Mi andò bene, grazie al mio Angelo Custode a cui ogni mattina e ogni sera affidavo la mia vita con la preghiera, come mi aveva insegnato mia madre.

Infine voglio ringraziare l’amico Nicola Felice, uno dei maggiori promotori per la realizzazione di questo monumento e non solo, ma anche per aver tramandato ai posteri alcune notizie storiche sull’avvenimento che socosse gli animi dei campobassani.

    Monumento AI Caduti del Tro a Segno   

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